Alessandria

Italiani e stranieri a scuola: 10 tesi per discuterne

Abbiamo incontrato alcuni docenti per ragionare con loro di scuola e integrazione. E' vero che con tanti stranieri in classe i programmi procedono a rilento? Si verificano episodi d'intolleranza o di razzismo nelle nostre scuole? Essere ricchi o poveri conta più o meno che essere stranieri? Ecco le loro risposte...

ALESSANDRIA - Dopo alcuni decenni di immobilismo, iniziati dalla metà degli anni 80 in poi, la scuola italiana si trova al cospetto di una nuova, impressionante, sfida. La popolazione di studenti stranieri (sia nati in Italia che all'estero) negli ultimi anni è cresciuta costantemente, specialmente nei cicli scolastici inferiori, portando con sé nuovi problemi (e nuove opportunità) per gli insegnanti, i dirigenti scolastici e, ovviamente, gli stessi alunni. 

Abbiamo incontrato gli insegnanti Marinella Smilovich (scuola dell’Infanzia Galilei), Tatiana Gandini (scuola elementare Morbelli), Piera Ottonelli (scuola media Manzoni), Patrizia Nosengo (liceo Scientifico Galilei) e il dirigente Gianfranco Pasetti (Istituto Comprensivo Straneo) per discutere insieme della situazione ad Alessandria: come cambia la didattica con una percentuale importante di bambini e ragazzi stranieri nelle classi? Quali sono le nuove sfide dettate dalla necessità d’integrazione, e come vengono affrontate? Il tema è assai delicato e di centrale importanza: riflettere su come crescono le nuove generazioni vuol dire ragionare sulla società civile che ci attende nei prossimi anni. Noi ci abbiamo provato, arrivando a elaborare 10 tesi, figlie delle interviste svolte con i docenti, che sottoponiamo ai nostri lettori come stimolo per aprire una discussione sul tema.

I DATI
In provincia di Alessandria, secondo i dati del Ministero, nell’anno scolastico 2013-2014 gli alunni con cittadinanza non italiana sono stati 6.542, su una popolazione totale di 41.586 (vale a dire poco più del 15% del totale, dei quali il 44,88% sono alunni stranieri facenti parte della “seconda generazione”, cioè non di cittadinanza italiana, ma nati comunque in Italia). Fra questi, 1561 sono di origine albanese (23,8%), 1489 romena (22,7%), 1394 marocchina (21,3%). Gli alunni cinesi sono 165, vale a dire il 2,5% del totale.

1 – Scuola che vai, stranieri che trovi
A dispetto dei dati generali provinciali, la densità di popolazione straniera può variare molto da scuola a scuola. Se è vero che negli ultimi anni si sta assistendo ad alcuni fenomeni in controtendenza (stranieri che si trasferiscono altrove, per esempio in Francia, perché con più opportunità di trovare lavoro), e in alcuni casi la quantità di alunni stranieri per classe è diminuita invece di aumentare (l’incremento della quantità di studenti stranieri a livello regionale è stato comunque del 2,7% nell’ultimo anno), servono dei distinguo per fotografare in maniera fedele la situazione. Intanto occorre fare una distinzione fra ordini scolastici: nei primi cicli scolastici la densità di alunni stranieri spesso supera di gran lunga il 50% (con picchi anche dell’80%), per poi diradarsi mano a mano che si sale (nei Licei non si arriva a uno straniero per classe, mentre negli istituti professionali la media resta molto più alta). In più esistono scuole dove la presenza di alunni con cittadinanza differente rispetto a quella italiana è strutturalmente molto maggiore rispetto ad altre. Il Provveditorato dovrebbe lavorare per evitare che si formino “scuole ghetto” ma l’incidenza d'insediamento da parte degli stranieri nei diversi quartieri di Alessandria c’è e si riverbera ovviamente anche sulla presenza in classe. La provenienza d’origine, senza voler generalizzare, dà comunque seguito ad alcune sfide specifiche: gli alunni cinesi hanno qualche problema in più con la lingua e la comprensione all’inizio, ma è rarissimo che diano problemi disciplinari e, una volta inseriti, si dimostrano bravissimi e assai studiosi. Altri conoscono già l’italiano e sono capaci di esprimersi, ma portano con sé altre tipologie di disagio. Non comprendere queste differenze e riferirsi in generale agli ‘stranieri’ è un pessimo modo per approcciarsi al tema”.

2 – Stranieri sì, ma spesso solo sulla carta
Da questi dati emerge chiaro che riferirsi in maniera generica agli “stranieri” ha poco o nessun significato, anche perché la metà di questi è nata in Italia, comincia a frequentare la scuola dell’Infanzia parlando già italiano o lo apprende nei primi mesi di inserimento (in altri Paesi avrebbero già ottenuto la cittadinanza, e il problema non si porrebbe neppure). La differenza in questi casi, specie alle scuole superiori, si ha in prossimità del voto e negli ultimi anni di scuola, quando chi è straniero, pur nato in Italia, tende a chiudersi in se stesso e a vivere con vergogna e frustrazione la diversità che sente di avere rispetto ai suoi compagni, simili a lui durante tutto l’anno ma chiamati a votare (o in procinto di farlo negli anni a venire) a differenza sua, rimarcando così una differenza che chi è nato in Italia e perfettamente integrato fa fatica a spiegarsi e ad accettare. Il fatto di sentirsi “diversi” rispetto ai compagni, e voler ricercare una sempre maggiore integrazione, porta tanti alunni non nati in Italia a studiare più degli italiani, ad aver più fame di conoscenza e, alla fine, a ottenere risultati migliori. In più spesso vengono meglio seguiti dalla famiglia rispetto ai loro compagni italiani.

3 – La scuola italiana è in crisi per l'incapacità di rinnovare la didattica, non per la presenza di studenti stranieri
La sfida della scuola negli ultimi anni riguarda la capacità degli insegnanti di tornare a occuparsi di didattica, non solamente in riferimento alla popolazione straniera ma ai tanti disagi che i ragazzi mostrano oggi, a partire dalla scuola dell’Infanzia, in cui si registra un preoccupante aumento dell’aggressività e dei disagi individuali dimostrati dagli alunni, sia italiani che stranieri.
La presenza di studenti che non padroneggiano la lingua rappresenta in questo quadro un ulteriore difficoltà specifica, da non sottovalutare. In ogni ordine e grado, dalle interviste che abbiamo effettuato, emerge la sostanziale incapacità del mondo scolastico di cogliere queste sfide a livello istituzionale e di pianificazione, sia perché mancano le risorse, sia perché sempre più spesso sono gli stessi insegnanti a non avere la motivazione adeguata per mettere in discussione il proprio metodo didattico (quando ne esiste uno) per approcciarsi agli studenti. Le eccezioni esistono ma sono merito dell’impegno dei singoli o figlie di esperienze specifiche particolarmente illuminate. Il risultato a volte porta a considerare la presenza di stranieri in classe come un alibi, quando magari il vero problema riguarda l’insegnante. Laddove gli alunni stranieri vengono messi nelle condizioni di apprendere, lo fanno mediamente in breve tempo, senza difficoltà specifiche e, come detto, non di rado finiscono per diventare più bravi degli stessi italiani, non solamente in materie scientifiche ma nella stessa padronanza della lingua.

4 – Classi speciali per stranieri non sono una soluzione né una necessità. Spazi di approfondimento personalizzati invece sì. 
La presenza di una percentuale consistente di alunni stranieri ha inciso sugli obiettivi generali della scuola, in ogni ordine e grado, ma con effetti non solamente negativi. Se è vero infatti che alcuni obiettivi didattici sono stati rivisti al ribasso, è altrettanto vero che questo è dovuto solamente in parte alla presenza di alunni non italiani. Quando esistono difficoltà specifiche sulla lingua, la costituzione di laboratori pomeridiani di approfondimento linguistico può essere una soluzione valida, per altro da sfruttare anche per gli stessi italiani che hanno qualche difficoltà con le regole grammaticali più ostiche, mentre sarebbe impensabile, discriminatorio e controproducente dividere le classi fra italiani e stranieri in maniera stabile. Superate le difficoltà con la lingua l’arricchimento culturale che si può avere dalla presenza di compagni provenienti da altri Paesi è di gran lunga in grado di compensare qualche nozione in meno rispetto a quelle apprese in tempo. Spesso la scuola ha trovato nella divisione sull’insegnamento della religione un soluzione per offrire ai ragazzi stranieri che non se ne avvalgono spazi ulteriori di approfondimento linguistico.

5 – Avere alunni stranieri in classe ha alcuni vantaggi oggettivi anche per i ragazzi italiani
Una scuola che deve pensarsi a differenti velocità e con obiettivi sempre più personalizzati sulle capacità di comprensione e le competenze reali di ogni singolo alunno, sia straniero che italiano, porta con sé un grande sforzo da parte degli insegnanti (non sempre attivato) ma anche grandi possibilità. Non pretendere che siano gli alunni ad adattarsi a ogni costo a un metodo standard, ma lavorare in sottogruppi in classe a seconda delle competenze, consente a tanti ragazzi italiani che un tempo sarebbero semplicemente rimasti indietro rispetto ai compagni di recuperare e di conseguire risultati personali un tempo difficili da immaginare.

6 - Italiani vs stranieri? Neanche per sogno: la differenza la fa ancora quanto sei ricco
Le differenze, a scuola, sono ancora di classe. Chi è più ricco, ha genitori che svolgono attività lavorative più prestigiose e ha maggiore disponibilità economica tende a fare gruppo, indipendentemente dal Paese di provenienza. Lo stesso si può dire di chi ha situazioni familiari complesse o poca disponibilità economica: tende a fare amicizia e a trascorrere tempo insieme indipendentemente dalla nazione o dalla cittadinanza d’origine.

7 – Il razzismo e l'intolleranza si imparano

I problemi maggiori d’intollerenza e di bullismo oggi si verificano alle scuole medie inferiori. Quando i bambini frequentano le scuole materne ed elementari giocano e fanno amicizia con i compagni indipendentemente dal colore della loro pelle, dalla nazionalità di provenienza, perfino dalla lingua che parlano. Solamente quando di mezzo ci sono famiglie con pregiudizi (o insegnanti, purtroppo) le situazioni mutano e si creano problemi e situazioni d’intolleranza laddove non c’erano. Il periodo delle scuole medie, fra gli 11 e i 14 anni, è forse l’età più delicata, anche per la fase di sviluppo in cui si trovano i ragazzi. Così come un tempo le battute colpivano i figli di chi dal Sud si trasferiva con la famiglia al Nord, oggi sono i ragazzi stranieri, specialmente quelli di fede musulmana, ad essere colpiti da episodi di intolleranza. Le bambine con il velo vengono prese in giro, e vanno spesso in crisi nel confronto con le compagne, fra pulsioni di emancipazione e desiderio di mantener fede alle aspettative dei genitori.

8 – Anche l'integrazione si impara
La scuola ha in sé gli anticorpi necessari a combattere sul nascere la costituzione di pregiudizi o stereotipi razzisti. La stessa vicinanza e frequentazione diversa fra persone appartenenti a culture differenti è un antidoto formidabile in grado di disinnescare il razzismo, specialmente quella parte che si basa su luoghi comuni e sulla paura dettata dalla non conoscenza diretta dell’altro. Il ruolo degli insegnanti e dei mediatori culturali è fondamentale, non solamente nel rapporto con i ragazzi, ma anche con le famiglie. Servirebbero programmi scolastici che diano più spazio alla storia di tutto il mondo e di tutte le culture, perché quando viene fatto le risposte dei ragazzi sono molto positive. Superata la crisi delle scuole medie, chi prosegue verso le superiori ha di solito maturato un rapporto ben integrato con tutti e gli episodi d’intolleranza calano fino praticamente a scomparire.

9 – Le scuole "ghetto" a volte possono nascondere un tesoretto di esperienze dalle quali prendere esempio
Sono proprio le scuole con la presenza più alta di alunni stranieri che hanno dovuto sviluppare, meglio e più delle altre, soluzioni e antidoti contro le discriminazioni. Grazie alla buona volontà dei docenti sono così nati esperimenti d’integrazione che partono dalle famiglie, come la possibilità di istituire momenti conviviali al pomeriggio, durante i quali prendere il the tutti insieme per discutere dei problemi specifici legati all’integrazione e ai percorsi scolastici. E’ così che si superano molto più rapidamente le differenze e si costruiscono canali di comunicazione che consentono di superare i pregiudizi che inizialmente ci possono essere, tanto da parte degli insegnanti quanto da parte delle famiglie, sia italiane che straniere.

10 – Il ruolo dei media è fondamentale
In classe si riportano, potenziati e senza filtri, i fatti e gli episodi raccontati dai media. Chi fa comunicazione ha il compito di interrogarsi continuamente su quali messaggi stia veicolando, con quale intensità e con quale registro comunicativo. Per chi è in un periodo di formazione da tutti i punti di vista, come è il caso degli adolescenti, possono bastare pochi messaggi sbagliati o mal comunicati per mandare in crisi, trovarsi esposti alle battute dei compagni, tramutare quello che può essere un percorso virtuoso d’integrazione in una sfida dolorosa e difficile da vincere. La capacità d’integrazione passa spesso dall’approfondimento, dalla conoscenza specifica e dalla volontà di effettuare dei distinguo precisi e circostanziati. Ciascuno ha la sua responsabilità perché l’esperienza dei ragazzi sia il più possibile positiva e capace di dare come risultato finale un’integrazione piena e di successo.
2/02/2015







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