Alessandria

Musei e teatro chiusi. Biblioteca boccheggiante. Quale futuro per la Cultura in città?

Incontriamo l'assessore Oneto per fare il punto della situazione dopo il primo anno di mandato in tema di Cultura: biblioteca, musei, Cittadella, conservatorio, teatro, ma anche spazi di aggregazione e coinvolgimento diretto dei cittadini. Cosa è stato fatto?

ALESSANDRIA - Assessore Oneto, partiamo nella verifica del programma di mandato della giunta guidata da Rita Rossa facendo il punto sulla creazione della “rete di conoscenze” che deve essere intessuta ad Alessandria per porre al centro la cultura e farne il volano per la ripresa della città. Lei è entrata in Giunta ad aprile: quali azioni ha intrapreso nei primi mesi del suo incarico? 
Diciamo che una rete di questo tipo si crea nel tempo. I capitoli di spesa a disposizione dell’Amministrazione quest’anno si sono dimezzati, e in tema di cultura tutte le voci a me affidate hanno budget zero. Partendo da questo punto di vista investire energie per coinvolgere le forze presenti sul territorio è, se possibile, ancor più importante. Il mio lavoro si è inserito su quanto già fatto dal mio predecessore (Giorgio Barberis, poi allontanato dalla Giunta ndr) che avevo iniziato a fare una grande attività. Io ho proseguito a coltivare rapporti già avviati, incontrando le associazioni che generano cultura in città, e che per fortuna sono moltissime.

Secondo i piani dell’Amministrazione “è prioritario plasmare una concezione delle attività e dei servizi culturali in città come punto di arrivo di un nuovo modello di partecipazione nella programmazione delle attività e degli eventi”. Cosa è stato fatto in questo primo anno?
Il nostro obiettivo è puntare su una partecipazione più diretta e collaborativa dei cittadini, e, vista la mancanza di risorse, se si vuole fare qualcosa non può essere che così. Ogni giorno vedo persone e ascolto i loro progetti.

Facciamo alcuni esempi di coinvolgimento diretto di cittadini e associazioni nella programmazione delle attività culturali?
Certo. Stiamo cercando di coordinare, grazie all’input del consigliere Nicola Savi, un programma di eventi (mostre, attività teatrali, musicali e laboratori) insieme al museo della Gambarina e a tante associazioni, almeno 15, per tentare di realizzare un progetto che dovrebbe riguardare i 100 anni dalla prima Guerra Mondiale. Dopo la fase di progettazione abbiamo l’obiettivo di chiedere un contributo a enti privati e fondazioni per realizzare un unico grande progetto al riguardo. 
Sono poi stati fatti una serie di incontri con le realtà che si occupano di teatro, a partire da quelle professioniste presenti sul territorio. Anche le altre, amatoriali, meritano spazio e attenzioni, e verranno comunque coinvolte nelle consultazioni future. L’anno scorso con le compagnie professioniste locali abbiamo organizzato i 6 appuntamenti di “Teatro in città”, serate che avevano l’obiettivo anche di far riscoprire agli alessandrini luoghi dimenticati. Quest’anno la parte di programma della stagione teatrale dedicata alle scuole è interamente costituita da spettacoli di compagnie locali. Si tratta sia di una necessità oggettiva, avendo pochi fondi a disposizione, che una scelta consapevole, per aiutare a ricreare quel legame che deve fondare teatro e territorio. 
Un altro progetto riguarda la possibilità di coinvolgere gli studenti del liceo classico cittadino per attività di volontariato presso la biblioteca civica e i musei, ottenendo per il loro impegno il riconoscimento di crediti scolastici. 

Quali criteri sono stati seguiti per la programmazione della nuova stagione teatrale? E qual è lo stato di avanzamento dei lavori per la bonifica del teatro comunale? Nel programma di mandato si indicava la precisa volontà di lottare perché venisse restituito alla città il prima possibile…
Per quest’anno, viste le poche risorse, si punta a costituire la base perché le attività teatrali in città possano ripartire. La prossima estate speriamo di ripetere l’esperienza di quest’anno proponendo ad Alessandria un vero e proprio festival, organizzato su più giornate con spettacoli, laboratori e un’offerta ancora più ricca. Come per i musei, ci troviamo in qualche modo a un nuovo anno zero, con una serie di contenitori che attendono di essere riempiti, pur non avendo le risorse economiche per farlo. La cultura del teatro sul nostro territorio c’è, e lo si vede anche proprio da come è stato costruito il programma che proponiamo, partendo dalle compagnie locali. Abbiamo perso temporaneamente lo spazio del Comunale, ma resta per sempre uno spazio. Il teatro, per definizione, non è un luogo fisico. In fondo, una volta che le luci vengono spente e uno spettacolo comincia, è relativo dove ci si trovi. Stiamo comunque lavorando, ovviamente, per la riapertura degli spazi del Comunale. I tempi si sono dilatati perché l’Asl pretende che per utilizzare anche le sale già disponibili siano state bonificate anche le altre. Per ora non abbiamo tutti i fondi disponibili, ed è stato lanciato un appello per trovarli. L’obiettivo iniziale era la riapertura nel 2015, speriamo di farcela. 

Se un’offerta in tema di produzione teatrale ad Alessandria c’è, qual è invece la situazione rispetto alla domanda? Quella passata è stata una stagione teatrale molto tormentata, con diversi spettacoli annullati o con pochissimi spettatori paganti. Qual è la sua percezione a riguardo?
E’ vero che la stagione scorsa è stata difficilissima. La domanda si ricostruisce partendo dalle scuole, e facendo conoscere il buon teatro ai ragazzi. Negli ultimi anni altri spazi in città, che pure esistono, sono stati visti probabilmente dal pubblico come non all’altezza e quindi snobbati. La stagione che proponiamo quest’anno ha bassi toni ma è incentrata proprio sulla ricostituzione di questo legame. L’estate scorsa agli spettacoli che abbiamo proposto in piazza c’erano 200 persone ogni sera, e l’idea di proporre teatro all’aperto è stata importante. Speriamo di fare ancor meglio il prossimo anno, offrendo anche spazi alla riflessione. E’ chiaro che in tempo di crisi anche le famiglie siano costrette, spesso, a tagliare sulla cultura, che diventa un costo. Lo Stato dovrebbe offrire incentivi per andare a teatro un po’ come ha fatto in passato per acquistare auto o elettrodomestici. Comunque nella serata di presentazione abbiamo venduto 50 abbonamenti e mi sembra un inizio incoraggiante. 

Nel programma di mandato, insieme al rilancio del teatro, si parla anche della valorizzazione del personale Tra e delle competenze che questi lavoratori hanno costruito nel tempo. Saranno impiegati in questa stagione?
La situazione è chiara: abbiamo speso per creare questa stagione un quinto dei fondi a disposizione lo scorso anno (40 mila euro rispetto a 200 mila). Basta a malapena per pagare le compagnie teatrali. Tutto il resto sarà a carico del cinema teatro Alessandrino, che però ovviamente ha già i propri dipendenti: il rapporto pubblico - privato è anche questo. Il teatro che ci ospiterà mette in gioco il proprio rischio d’impresa, ed è chiaro che non si poteva imporre a un privato l’acquisizione anche solo in parte dei lavoratori ex Tra. In più quella attuale è ancora una piccola stagione, con poche risorse necessarie. Se riusciremo a trovare i fondi speriamo di poterli coinvolgere nelle attività estive, anche perché puntiamo a una rassegna più complessa, con alcuni spettacoli a pagamento, e le necessità organizzative e gestionali saranno maggiori.

Veniamo ad altro. Nel programma di mandato si parla di “organizzazione permanente degli Stati generali della Cultura”. A cosa si fa riferimento di preciso?
In tutta sincerità non saprei. Essendo subentrata dopo è un punto che non mi è chiaro.

E sull’adesione all’Osservatorio culturale del Piemonte? Di cosa si tratta, e cosa è stato fatto in concreto?
E’ una realtà regionale che mette insieme protagonisti del territorio e fondazioni per portare avanti ragionamenti di rete in ambito culturale, come ad esempio promuovere studi che riguardano i flussi della cultura sul territorio. Per aderirvi però ci vuole poi una certa disponibilità economica, altrimenti resta un atto puramente formale, e per questo ancora non è stato fatto.

Nel senso che bisogna poi corrispondere delle quote per finanziare le attività?
Sì, e proprio per questo avrebbe poco senso adesso prendervi parte solo a livello nominale. 

Per quel che riguarda invece la ”restituzione ai cittadini degli spazi pubblici in città”? In questi giorni non sono mancate le polemiche. Nel programma si parla di valorizzare i luoghi di incontro, specie per quel che riguarda i giovani, ma esiste un piano di alienazioni che punta a vendere diversi di questi spazi comunali…
Sì è proprio così. Però, sinceramente, nelle condizioni attuali non potrebbe essere altrimenti. Penso che il titolare a rispondere sia l’assessore Ferraris, e io preferisco parlare di ciò che ho fatto io, cioè tentare di salvare, anche se la minoranza in Consiglio comunale ritiene sia una sua iniziativa, due spazi in particolare. 

Quali e perché?
L’ex taglieria del pelo e il punto D del quartiere Cristo. Sono due spazi molto diversi ma egualmente importanti. Il punto d’incontro al Cristo è nella lista dei luoghi da vendere ormai da anni, ma per collocazione geografica e potenzialità è invece strategico. Negli ultimi anni è stato sottoutilizzato, finendo per diventare solo un luogo di corsi di musica e sala prove per i ragazzi, ma è un luogo dove poter organizzare l’aggregazione dei giovani in tanti modi diversi, soprattutto visto che si trova in un quartiere dove altri spazi del genere non ce ne sono. Stiamo lavorando a un progetto che coinvolgerebbe un’associazione locale per animare alcune attività nel centro, con il merito ulteriore di recuperare l’impiego di una delle persone del Tra e offrire laboratori per ragazzi con disabilità. 
La taglieria del pelo è invece uno spazio fondamentale non solo per i tanti incontri che ospita ma anche perché dal 2009 vi è su di esso il progetto, mai attuato, speriamo di farlo noi, di trasferire lì i depositi della biblioteca civica. Può sembrare banale, invece è un passaggio fondamentale. Senza quello spazio non si possono inventariare nuovi libri, renderli fruibili al pubblico e più in generale consentire alla biblioteca di funzionare bene. 

Veniamo a fare il punto sulla biblioteca civica allora. Nei programma di mandato si parlava della costituzione della rete bibliotecaria cittadina. Qual è la situazione? 
Nel 2009-2010 per la biblioteca sono stati spesi molti soldi, e anche per i musei, ma forse male. Non è infatti stato creato un salvagente che consentisse ora, che i fondi da spendere non ci sono più, a queste realtà di continuare a funzionare. Nel 2009 per l’acquisto dei libri furono spesi 100 mila euro, una cifra giusta per la nostra dimensione. Nel 2010 divennero la metà, e dall’anno successivo, ancora durante il mandato Fabbio, il capitolo fu azzerato, e a maggior ragione è a zero oggi. Senza fondi è difficilissimo pensare che una biblioteca prosegua in maniera adeguata le attività. Stiamo lavorando per costituire una rete di volontari della cultura ma, come detto, è come se fossimo all’anno zero. Una rete è possibile se si ha una biblioteca in salute. Servono personale professionale, sistemi informatici integrati, fondi della Regione che sono stati cancellati. L’afflusso di utenti in biblioteca c’è ancora, ma ovviamente risente di queste problematiche ed è in calo. 

E per la rete, e soprattutto la riapertura, dei musei?
La rete dei musei civici c’era già, composta da tutti i musei che conosciamo, anche se per essere onesti neppure tutti i cittadini li conoscono. Poi questa rete fu spezzata con l’amministrazione Fabbio, quando due musei passarono ad Aspal, con un’operazione che non ho mai condiviso. Il museo Borsalino e il Teatro delle Scienze, da allora sono gestiti di fatto come musei privati, dove il Comune non ha più avuto alcuna vigilanza su cosa accade nelle strutture. Il rapporto pubblico privato funziona solamente se i musei restano di proprietà dei cittadini e il Comune controlla e indirizza le decisioni prese dai privati.

Come si può ovviare alla chiusura dei musei?
Si può creare una rete, dando la possibilità al privato di farli fruttare, per esempio organizzando eventi o altre iniziative, purché il Comune possa vigilare su quanto accade. L’altra possibilità è una rete di volontariato che funzioni, affiancando i professionisti per garantire servizi che altrimenti sono fuori dalla portata dei nostri budget. La speranza, ovviamente, è di tornare ad aprirli, ma tempi certi complessivi non ve ne sono. 

Cosa è stato fatto invece per la promozione del Conservatorio?
In questi mesi ho mantenuto uno stretto rapporto con la direttrice. Abbiamo aperto diverse volte palazzo Cuttica per concerti organizzati questa estate ma sappiamo che purtroppo non siamo in grado di supportare le attività a livello economico, come invece sarebbe giusto fare. La collaborazione comunque esiste e quando è possibile cerchiamo di valorizzarla, come per esempio è stato per il concerto in onore di Gianfranco Bottino organizzato in Cittadella. 

Chiudiamo allora sui temi riguardanti la fortezza. Molto è già stato detto circa la decisione presa dal Demanio di affidare la gestione a un privato, dopo una gara d’appalto. Quali saranno gli obiettivi del Comune a questo punto?
Come già detto la scelta del Demanio, visto che negli anni non sono mai stati presentati da parte del Comune progetti considerati adeguati, era ormai nell’aria e segue peraltro un trend nazionale. 
La mia idea è che ora si dovrà lavorare con intelligenza per non spaventare i privati che volessero gestire la struttura, pur ponendoci come partner per organizzarne la valorizzazione. E’ impensabile infatti che il Comune non abbia ancora un ruolo importante, anche considerando gli aspetti di viabilità e logistica che l’utilizzo della Cittadella potrà avere in futuro, per esempio nel caso di organizzazione di eventi.

Si è anche parlato di farne un polo museale di respiro europeo. Qual è la sua posizione in merito?
A parte il fatto che, personalmente, vedo fiorire in Europa gli “arsenali della pace” e farei volentieri a meno di un museo sull’arte della guerra, credo che non ci siano i numeri perché una soluzione di questo tipo arrivi a sostenersi. Io sono convinta che in Cittadella alcuni spazi museali possano essere creati, ma non solo quelli. Il museo delle divise funziona perché è gratuito e gestito da volontari, che fanno un lavoro egregio, ma per essere credibili a livello europeo servono flussi turistici tali da creare posti di lavoro e generare indotto importante.
Alcuni recenti dati forniti da un “sentiment analysis" applicato al turismo in alcune città d'arte italiane hanno rilevato che di arte e monumenti si parla pochissimo, e si parla pochissimo di questo argomento in relazione ad una città come Roma, figuriamoci per realtà come Alessandria. Roma ha 32 musei contro gli 11 di Londra, ma appena un sesto dei suoi visitatori. Gli Uffizi sono al 23esimo posto dei musei più visitati al mondo e il Louvre di Parigi da solo, con quasi 10 milioni di visitatori all’anno, genera un volume d'affari superiore a tutti i musei italiani messi assieme. Ad oggi mi sembra un po’ azzardato pensare ad un nuovo museo in Cittadella come chiave per rilanciare l'intero complesso.
4/11/2013







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