Focus

Quirico: "sono stato nel paese del male"

La sintesi dell'incontro organizzato da Ics Onlus con l'inviato della Stampa Domenico Quirico

“Vorrei evitare un errore fondamentale: considerare la mia storia personale come importante. La mia è una piccolissima disavventura umana all’interno di una tragedia immensamente più grande. La tragedia di venti milioni di siriani”. Con questa premessa ha avuto inizio l’intervento, presso Cultura e Sviluppo, di Domenico Quirico, giornalista de La Stampa liberato lo scorso 8 settembre dopo un sequestro di 5 mesi in terra siriana, dove lavorava come inviato di guerra. L’attenzione sulla storia del rapimento, continua il reporter, rischia di offuscare il quadro generale della situazione siriana, una storia di violenze e orrori quotidiani. Tutte le grandi tragedie dell’uomo, a partire dallo scorso secolo, sono rimaste impresse nella nostra mente spesso grazie a delle fotografie. Le immagini hanno l’enorme potere di riassumere in un istante un mondo intero e nel caso della rivoluzione siriana uno scatto del fotografo Fabio Bucciarelli è esemplificativo: ritrae un’anziana che è andata a comprare il pane ed avanza lentamente fra le rovine della città di Aleppo, che il regime ha letteralmente raso al suolo in quanto città ribelle. Quella è la foto che può raccontare cos’è la Siria oggi: la quotidianità del dolore, l’ovvietà della sofferenza.

Vi sono dunque solo vittime in questa situazione. Anche i ribelli che lo hanno rapito, rubandogli cinque mesi di vita, in qualche modo erano prigionieri di una tragedia immensa, che fin’ora conta 120 mila morti. Un numero che pesa ancora di più se pensiamo che dietro quelle cifre vi sono volti, corpi, vite. Inoltre di questi solo il 10 per cento sono forse combattenti. La maggior parte delle vittime si conta infatti fra i civili, gente morta mentre faceva la fila per il pane o nelle proprie case sotto i bombardamenti. I giornalisti avevano il compito di trasformare tutto questo in un racconto ma non ci sono riusciti. Se i giornali non riescono descrivere quella sofferenza e trasformarla in parole che suscitino reazioni nelle persone, allora sono del tutto inutili. Si è preferito chiudere gli occhi ed ancora una volta, come in altre guerre del passato (ad esempio il Ruanda), si è arrivati troppo tardi, a giochi fatti.

È stato infatti ormai perso lo spirito genuino della prima rivoluzione siriana, nata un paio di anni fa nel clima della primavera araba. Un movimento di giovani che scendevano nelle piazze e nelle strade per chiedere una cosa semplice: poter vivere in un paese diverso da quello in cui erano cresciuti i propri padri, governato da un regime mafioso e sanguinario. Insomma, era la società civile che chiedeva un cambiamento e che iniziava la rivoluzione, in particolare dopo l’episodio di due ragazzini che furono arrestati e torturati dalle forze dell’ordine per aver scritto slogan anti-regime sui muri.

Diversamente da quanto avvenuto nel caso libanese, l’Occidente ha preferito restare ad osservare cosa accadeva: in gioco non vi erano gli stessi interessi e gli stessi equilibri internazionali. Intervenire in Siria era complicato e oneroso, per cui niente è stato fatto, lasciando che la genuinità di quella prima rivoluzione si disperdesse e il quadro fosse inquinato dall’intervento dell’Islam radicale. Nel clima di indifferenza internazionale solo quest’ultimo poteva in qualche modo tendere una mano alla popolazione in difficoltà, smobilitando forze da tutto il mondo attraverso la propria rete di combattenti estremisti.

Dietro questo c’è un progetto ben preciso: la ricostruzione del califfato islamico del VII secolo, quello che si estendeva dall’Afghanistan a al-Andalus, ovvero il sud della penisola iberica (che appunto secondo molti estremisti dovrebbe tornare territorio arabo). L’Occidente ha dunque consegnato la Siria a questo progetto politico, perseguito scientemente e giorno dopo giorno. Oggi in Siria, conclude Quirico, ci sono 18 giornalisti e 2 vescovi sequestrati, ma centinaia sono i siriani rapiti e che devono pagare per essere liberati. Queste storie tremende sono la conseguenza della nostra indifferenza, delle cancellerie occidentali che hanno fatto finta di non conoscere l’autentica rivoluzione siriana.

Nel corso della serata è intervenuto anche Piero Sacchi, di Ics Onlus. A lui il compito di parlare di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano rapito lo scorso 27 luglio da un gruppo di estremisti islamici, e del suo libro Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana (edito da Missionaria Italiana). Le ultime notizie su Dall’Oglio sono positive, pare che stia bene e sia in buone condizioni. In questi due anni il gesuita era stato molto attivo all’interno della rivoluzione, definendosi egli stesso come rivoluzionario. Inoltre, aveva anche cercato di rendere noto il dibattito interno siriano attraverso la sua attività di giornalista. Il libro di dall’Oglio è ricco di geopolitica. In esso si descrive chiaramente come il disgregarsi della Siria sia determinato da tanti elementi di tipo strategico. Alla lotta tra sciiti alawiti e sunniti si somma l’indifferenza delle potenze occidentali. In questa storia è coinvolto anche il Kurdistan, che ha ora una grande occasione di lavorare per un desiderio di scissione. Infine ci sono le liti interne all’esercito libero siriano, fra moderati ed estremisti.

Dall’Oglio, spiega Sacchi, ha insistito molto (pur senza un grande successo) su un’idea di federazione. La costituzione federale è un rimedio, compatibile anche con la protezione delle diversità. Sul campo bisognerà trovare soluzioni adatte, perché le popolazioni sono mescolate e si prospetta una situazione molto simile a quella balcanica.
21/11/2013
Gabriele Guglielmi - redazione@alessandrianews.it







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