Focus

Televisione: spaccato dell'identità sociale di un Paese e di un'epoca

La sintesi dell'incontro dei Giovedì Culturali con Carlo Freccero

La televisione è un media complesso che ha subito notevoli trasformazioni nell’arco del tempo, con ripercussioni importanti anche sulla società, sui meccanismi del pensiero e sull’azione politica. Di questo e delle nuove frontiere prospettate dai nuovi media si è parlato durante l’incontro con Carlo Freccero, che ha anche presentato il suo ultimo libro, Televisione (Bollati Boringhieri). Il testo fa parte di una collana che comprende molte voci: una vera e propria enciclopedia in costruzione, che ha l’obiettivo di fornire chiavi di decodificazione del nostro presente.

La capacità di comprensione del presente vale anche per chi la televisione la fa, dal momento che il successo dei palinsesti dipende dalla loro capacità di rispondere ai bisogni e alle aspettative del pubblico e di rispecchiare il tempo in cui esso è immerso. In questo modo, spiega Freccero, è possibile spiegare il successo di una trasmissione come “Vieni via con me” di Fabio Fazio: un programma che ha saputo raccontare l’inizio della crisi italiana ed ibridarsi con il comune sentire. È fondamentale capire che ogni medium ha un suo linguaggio ben preciso, ma che oggi la situazione è complicata dal fatto che viviamo in un contesto multimediale. I media interagiscono fra di loro e anche i grandi editori hanno capito che è necessario declinare il proprio potere su canali di tipo diverso.

La vecchia tv generalista ha dovuto far spazio a nuovi linguaggi ed esigenze, pur non morendo. Stiamo parlando di quella tv che, sostituendosi al modello pedagogico degli albori, si è imposta negli ultimi decenni in maniera violenta, appiattendo gli interessi e i gusti del pubblico sul minimo comune denominatore della banalità. Si è verificato cioè un netto scambio di ruoli: dalla situazione in cui il palinsesto era deciso da un élite non mossa esclusivamente da fattori economici, ma soprattutto da obiettivi educativi e formativi, con l’avvento degli strumenti di misurazione dell’audience è il pubblico ad imporre le scelte sui contenuti.

Proprio alla nascita della tv generalista, dunque, il professore riconduce anche il cambiamento della politica e dei suoi protagonisti. Questo è stato osservabile anche nelle ultime elezioni politiche italiane, sancite da un lato dal tracollo della sinistra dovuto a una scelta ben precisa del suo leader, Bersani, di non utilizzare e dunque sfruttare il mezzo televisivo per la propria comunicazione politica; dall’altro dalla ripresa di consenso di Berlusconi, che al contrario è riuscito a saturare con la sua presenza ogni spazio televisivo.

Proprio l’analisi di queste nostre recenti vicende politiche dimostra come la tv generalista sia tutt’altro che morta. Coloro che sono riusciti politicamente ad utilizzarla ne hanno avuto dei grossi benefici in termini di voti (basti pensare a come Berlusconi abbia intelligentemente trasformato la sua partecipazione alla trasmissione di Santoro da rischioso scontro a vera e propria performance televisiva). Il motivo principale per cui la tv generalista ha ancora in Italia un ruolo così fondamentale è molto semplice: nel nostro Paese vi sono ben 18 milioni di analfabeti di ritorno. Si tratta cioè di cittadini che fanno fatica a leggere e soprattutto ad analizzare un testo scritto, incapacità che come possiamo immaginare li rende molto deboli e soprattutto manipolabili.

Tuttavia la comunicazione politica si è cominciata a nutrire anche di quell’ibridazione dei media di cui si parlava all’inizio. Prova ne è il successo di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle, che hanno saputo utilizzare in maniera efficace le opportunità offerte da Internet. Grillo ha dimostrato di conoscere bene il linguaggio della rete, che lavora per obiettivi e per frammenti di informazione, rifuggendo le divagazioni e le teorie articolate. Ha creato così una forte alternativa alla televisione, che non per altro lo ha pesantemente allontanato e censurato (favorendo la sua glorificazione come leader). Così come Berlusconi nel ‘94 vinceva applicando alla politica il modello della tv generalista, così Grillo ha fatto nel 2013 con Internet.

Internet permette per la prima volta, quindi, di raggiungere grandi masse di pubblico, ma non omologato su un unico denominatore. Stiamo passando dalla legge della maggioranza a quella della moltitudine. La novità è data dalla possibilità di gestire pubblici vasti, ma fortemente individualizzati, abbattendo i costi di produzione. Non è più necessario un grande editore dietro le spalle. La campagna elettorale di Obama è sotto questo aspetto esemplificativa. Anche con Internet tuttavia sembra operare un processo di semplificazione. La condivisione ed il consenso riescono ad essere creati, ma solo attraverso obiettivi netti e concreti e frasi brevi e ad effetto (i tweet ad esempio). Allora la domanda sorge spontanea: i nuovi media sono uno strumento di liberazione dalla società dello spettacolo o piuttosto rappresentano lo stadio più forte e spinto di un percorso di crescente sottomissione ad essa? L’utente della rete è veramente libero dalla dittatura della maggioranza oppure si trova sempre sotto lo stesso incantesimo che condizionava il vecchio spettatore?

È con questa domanda aperta che Freccero chiude il suo intervento, stimolando a ragionare sul peso di questi processi innescati dai media e sul ruolo di quest’ultimi nell’innescare cambiamenti nella nostra società.
25/11/2013
Gabriele Guglielmi - redazione@alessandrianews.it







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