Lo Spazio

Natale fra gli ultimi: le festività vissute in carcere

Il giorno di Natale e l'inizio del nuovo anno sono momenti di riflessione per tutti, ma c'è chi, in carcere, vive questi giorni speciali con particolare sofferenza ed emozione. Abbiamo incontrato don Bodrati, cappellano della Casa di Reclusione di San Michele, per farci raccontare come vengono affrontate le festività da chi sta scontando una pena

LO SPAZIO -  Don Giuseppe Bodrati è da 6 anni cappellano presso la Casa di Reclusione di San Michele, incarico che, a malincuore, si avvia a lasciare, visti i tantissimi impegni che ha, con due parocchie da servire e la sua cattedra come insegnante.

Con lui affrontiamo volentieri una riflessione sul Natale vissuto fra i detenuti e il personale della Casa di Reclusione, di cui è confessore, guida spirituale e spesso anche dispensatore di aiuti. 

Don Bodrati, com'è nata e si è sviluppata la sua collaborazione con il carcere? 
Tutto è iniziato quando c'è stato il problema di sostituire don Biasolo che insegnava nella scuola per geometri a San Michele, ed è stata fin da subito una bella esperienza. Poi sono diventato cappellano del carcere con il vescovo Versaldi.

Che tipo di esperienza è? Cosa si imparare e cosa si insegna in un ambiente così speciale? 
Dal punto di vista umano e cristiano è un'avventuare unica: il rapporto con i detenuti, con gli agenti, con il personale, non può che lasciare tantissimo. E' un'esperienza che porterò sempre nel cuore. Con il tempo si instaura un rapporto confidenziale con chi si trova recluso, di fiducia, di rispetto e a volte anche di scontro. Il mio compito non è solo di sostegno, ma cerco anche di far loro capire il senso della pena che stanno scontando. Non chiedo mai perché si trovano lì, ma tanti hanno bisogno di parlare e di raccontarsi. E' allora che si prova insieme a superare la fase di costernazione che chi è recluso spesso vive. Ci sono molte persone con problemi di alcol e droga. Cerco di dar loro un po' di speranza e aiutarli a trovare la forza di ricominciare: se non ci credono loro per primi, è difficilissimo aiutarli.

Quello del Natale è un periodo particolarmente delicato. Come viene vissuto in carcere? 
Facciamo una grande messa per il personale, un evento che si ripete anche a San Basilide, protettore della Polizia Penitenziaria. La liturgia della parola è sempre piuttosto frequentata, e c'è chi fa la comunione. 
Per i detenuti non è semplice: vedono in televisione il clima natalizio ma la quotidianità non cambia di molto. Per il giorno di Natale hanno cella aperta fino alle 22 e possibilità di fare il pranzo per gruppi di detenuti. Il rischio del carcere è il tempo che annoia.

Cosa vuol dire essere il cappellano di tutti, a prescindere dalla fede delle persone che si ascoltano? 
La messa è l'unico momento in cui i detenuti possono incontrarsi anche con persone di diverse sezioni. Questo crea problemi per la sicurezza, ma è anche un momento di fraternità. Io lascio sempre 5 minuti per scambiare fra loro qualche momento di amicizia, pur nel rispetto delle regole e dei limiti imposti dal Ministero. In verità ai momenti di preghiera partecipano anche cristiano non cattolici, e talvolta anche detenuti di fede musulmana, con i quali il dialogo è molto aperto. 

E il rapporto con gli agenti? 
Anche gli agenti sono stressati, e in un certo senso sono i veri carcerati: si trovano da soli in sezione con 25-40 persone da dover gestire. Spesso è durissima. Qui ad Alessandria mi sembra ci sia un livello di professionalità davvero molto alto. Poi, va detto, sono persone e non supereroi, perciò sbagliano come tutti. 

Quali sono le altre funzioni che il cappellano svolge in carcere? 
Insieme a don Andrea, diaconomo che mi aiuta nella Casa di Reclusione, aiutiamo i detenuti in tante piccole faccende di quotidiana necessità: c'è chi ha problemi finanziari, trovandosi senza quei pochi euro che possono servire per la propria igiene personale o per telefonare a casa. In quel caso, grazie ai fondi dell'8 per mille che la diocesi mi mette a disposizione, cerchiamo di dare una mano. I detenuti sono però circa 200 e aiutare sempre tutti non è ovviamente possibile. Ci vengono anche chiesti spesso calendari (senza banda metallica, che in carcere non sarebbero autorizzati), ma anche testi sacri, fotografie, libri. Voglio però ricordare anche il grande aiuto che viene dai volontari del gruppo Betel, e il supporto economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. 

Ci sono mai state delle conversioni avvenute in carcere? 
Certamente. Noi accompagniamo chi lo desidera lungo un cammino di lettura dei testi sacri, siano essi cattolici o musulmani: spesso chi si trova in carcere, al di là della propria fede dichiarata, conosce pochissimo i testi sacri di riferimento. C'è chi, musulmano, ripete a memoria parole in arabo senza però conoscerne il significato. Invero, l'unico musulmano radicale che ho mai trovato in carcere è un italiano convertito. Io ho eseguito tre battesimi di persone recluse, che dall'Islam hanno deciso di abbracciare la fede cattolica. Non so cosa li spinga, ma non penso si tratti di una scelta di comodo, anche perché non hanno alcun beneficio in termini di trattamento in carcere e anzi rischiano rappresaglie nei propri paesi d'origine dopo essersi convertiti. 

Quali sono i ricordi più belli della sua esperienza di questa anni? 
Penso alla gioia di un detenuto che ritrova la figlia dopo anni, al piccolo spettacolo teatrale che sa ancora emozionarli ed emozionare, agli sprazzi di luce in un ambiente grigio. Tutti gli operatori vanno incoraggiati a mantenere un atteggiamento in prospettiva positiva, ce n'è un enorme bisogno, e a credere in una pena davvero riabilitativa, non solo a Natale. 
4/01/2016







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