Novi Ligure

"Giù le mani dalla Pernigotti": una città compatta a difesa della fabbrica

Muliere chiede che i Toksoz vendano fabbrica e marchio a imprenditori italiani e garantisce che nell'area dello stabilimento "non ci saranno speculazioni". I sindacati si preparano per portare a Roma tutti i dipendenti. Malpassi: "Due anni di 'cassa' per ristrutturazione, non accettiamo la cessazione"

NOVI LIGURE – «Giù le mani dalla Pernigotti». Un messaggio semplice e netto quello che ieri sera hanno dato i sindacati, i lavoratori, i rappresentanti delle istituzioni, gli esponenti politici di tutti gli schieramenti ma soprattutto i cittadini novesi, presenti in gran numero al consiglio comunale aperto convocato al Museo dei Campionissimi dal sindaco Rocchino Muliere. Tante persone, come quelle che hanno partecipato domenica alla messa nel cortile dello stabilimento. «Ma ancora non bastiamo – ha detto don Paolo Padrini, portando il saluto del vescovo di Tortona Vittorio Viola – Serve l’impegno di tutti e 30 mila gli abitanti di Novi».

Partiti in corteo  con gli striscioni dai cancelli della fabbrica, i dipendenti dell’azienda dolciaria hanno raggiunto il Museo dove li attendevano altri lavoratori in difficoltà, quelli del supermercato Iperdì, arrivati con i cartelli per ricordare che da quattro mesi ormai non prendono lo stipendio e non sanno che sarà del loro futuro. E la chiusura della Pernigotti sta già avendo conseguenze sull’indotto: sette donne novesi, dipendenti di una cooperativa di Bologna che si occupava delle pulizie nello stabilimento, sono rimaste senza lavoro per la rescissione dell’appalto.

Ad aprire gli interventi il primo cittadino Muliere: «La Pernigotti è in perdita e i Toksoz ci hanno rimesso dei soldi? Allora vendano la fabbrica e il marchio. Lascino che il mondo imprenditoriale italiano si assuma l’onore di rilanciarli». Tra il pubblico, tanti i sindaci dei paesi vicini, a sottolineare che la chiusura della Pernigotti è un problema di tutto il territorio e non solo di Novi.
Muliere ha garantito che «nessuna speculazione edilizia sarà realizzata nell’area oggi occupata dello stabilimento», casomai qualcuno ci avesse messo gli occhi sopra. Il sindaco oggi sarà in consiglio regionale e giovedì, se sarà ammesso, parteciperà al tavolo di crisi al ministero dello Sviluppo economico. «Ma non ci fermiamo qui – ha detto Muliere – siamo pronti a organizzare una grande manifestazione che coinvolgerà tutta la città». Intanto, per far sentire più forte la voce dei lavoratori a Roma, i sindacati stanno pensando di portare al Mise tutti i dipendenti.

Marco Malpassi, a nome delle segreterie provinciali di Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil, ha ricordato che «l’azienda era già entrata in crisi sotto la direzione degli Averna» e che le scelte del management imposto dai Toksoz non hanno fatto che peggiorare la situazione. «Ma non si capisce come abbiano fatto a tirare avanti per cinque anni perdendo in media 10 milioni all’anno. Vogliamo passare i bilanci al setaccio per capire cosa ci sia dietro». Malpassi ha chiesto concretezza per i lavoratori della Pernigotti: «Con lo sciopero a oltranza rimarranno senza stipendio, occorre un sostegno economico».
Per i sindacati, la decisione dell’azienda di avviare un anno di cassa integrazione per cessazione dell’attività è inaccettabile. «Chiediamo che la cassa integrazione sia estesa a due anni e che venga erogata per ristrutturazione aziendale, così che nel frattempo si possa ragionare su soluzione che non siano la chiusura della fabbrica».

Al termine del consiglio è stato votato all’unanimità un ordine del giorno a sostegno dei lavoratori e a tutela del marchio e della fabbrica Pernigotti.
13/11/2018







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