Opinioni

Chiude il seminario, sguardi all'indietro per guardare avanti

A livello ecclesiale, quella presa dai cinque vescovi interessati, è una decisione importante e difficile, dovuta soprattutto al calo dei candidati all’ordinazione. Infatti, in quella struttura che può ospitare fino a ottanta persone, oggi i seminaristi sono solo cinque, di cui due alessandrini

OPINIONI - Ha avuto una certa risonanza, negli ultimi giorni, la notizia data dal vescovo di Alessandria, mons. Guido Gallese, della chiusura del seminario di Betania, che finora accoglieva i seminaristi di Acqui, Alessandria, Asti, Casale e Tortona. A livello ecclesiale, quella presa dai cinque vescovi interessati, è una decisione importante e difficile, dovuta soprattutto al calo dei candidati all’ordinazione. Infatti, in quella struttura che può ospitare fino a ottanta persone, oggi i seminaristi sono solo cinque, di cui due alessandrini. 

Per la nostra diocesi, il seminario di Betania rappresenta in realtà la “terza generazione”, il terzo luogo di formazione del clero, nato undici anni fa dal desiderio di riunire i pochi seminaristi delle cinque diocesi del basso Piemonte orientale, per creare una comunità più “nutrita” e più significativa per i sei/sette anni di formazione richiesti ad un futuro prete. Facendo così una sorta di percorso a ritroso, il seminario precedente è stato il “Santa Chiara”, di via Inviziati, dove un discreto numero di giovani si è formato a partire dagli anni ottanta, con mons. Maggioni e poi soprattutto con mons. Fernando Charrier, nell’epoca di quella piccola fioritura di vocazioni che ha rappresentato una speranza per la diocesi di Alessandria. Sono circa una quindicina, infatti, i preti usciti dal “Santa Chiara”. 

Per gli alessandrini, però, il vero seminario rimane quello “storico” di via Vochieri, dove per secoli si sono formati centinaia di giovani e che oggi è la sede della Camera di commercio. Quell’edificio ci riporta così dritti indietro alle origini di quel luogo e di quel tempo di formazione che chiamiamo “seminario”. È questa un’istituzione che non esiste da sempre ma che fu voluta dal concilio di Trento, con la richiesta a tutti i vescovi di istituire nella propria diocesi un “seminario” (un “vivaio”, questo il senso) per la formazione dei futuri sacerdoti. Nella sessione XXIII del 15 luglio 1563, il Decreto di riforma nei propri canoni prescrive: “Le singole chiese cattedrali, metropolitane, e altre ancora più importanti di queste, in proporzione delle loro possibilità e dell’estensione della diocesi, siano obbligate a mantenere, educare religiosamente ed istruire nelle discipline ecclesiastiche un certo numero di fanciulli della stessa città e diocesi, o, se non fossero abbastanza numerosi, della provincia, in un collegio scelto dal vescovo a questo scopo, vicino alle stesse chiese o in altro luogo adatto”. 

Il seminario tridentino così stabilito costituirà il luogo e il modo della formazione del clero fino all’età contemporanea. Esso non è né un’università, né un convento, ma, sotto l’autorità del vescovo, garantisce la formazione intellettuale, pastorale e di fede degli aspiranti al ministero. Figura paradigmatica, che occorre sempre citare, per lo zelo applicato in questo senso, fu il card. Carlo Borromeo che a Milano istituì un seminario “maggiore” e molti collegi per la formazione dei giovani aspiranti fin dalla tenera età. 
 

Tornando a noi, ora che chiude il seminario che cosa accade? Basta preti? Qualcuno sarà anche contento… Ma forse, per trovare nuove ipotesi per l’oggi, dobbiamo – paradossalmente – fare ancora un passo indietro, fino ai primi secoli della chiesa. In quell’epoca, infatti, l’iniziazione al ministero avveniva “sul campo”, in una parrocchia e sotto la guida del presbiterio locale, del vescovo o di un prete incaricato, che introduceva il neofita alla prassi pastorale e sacramentale, allo studio delle Scritture e alla predicazione. Era un vero e proprio “apprendistato” alla vita e al ministero del prete, fatto in mezzo al “gregge” per prenderne davvero l’odore, come ricorda spesso papa Francesco.

Che non sia questo “passato” il nostro “futuro”?

27/01/2018
Stefano Tessaglia - redazione@alessandrianews.it







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