Opinioni

Ciao Giovanni... e grazie!

Qualcuno ha detto che sono pochi i giusti che reggono le sorti del mondo o, almeno, sostengono una cerchia di amici, compagni di avventura per costruire qualcosa di giusto e di buono. Uno di questi giusti è stato Giovanni Carpenè il quale, dopo varie esperienze vissute in Italia e in Belgio, è stato il punto di riferimento di tanti contatti attivi nel mondo operaio e sindacale di Alessandria

OPINIONI - Qualcuno ha detto che sono pochi i giusti che reggono le sorti del mondo o, almeno, sostengono una cerchia di amici, compagni di avventura per costruire qualcosa di giusto e di buono. Uno di questi giusti è stato Giovanni Carpenè il quale, dopo varie esperienze vissute in Italia e in Belgio, è stato il punto di riferimento di tanti contatti attivi nel mondo operaio e sindacale di Alessandria.

Era un prete, operaio, metalmeccanico e per le sue doti di intelligenza e di operatività, gli furono assegnati incarichi importanti a livello sindacale provinciale che svolse in modo libero e positivo manifestando il senso di giustizia e nell’essere vicino al popolo operaio. Era appassionato del Vangelo vissuto e degli ultimi della società, senza mai sbandierare la sua realtà di sacerdote e di credente.

In Alessandria arrivò in sordina negli anni ’60 del secolo scorso, insieme ad un altro prete operaio – Luisito Bianchi – e si stabilirono in un alloggio povero e operaio in una zona non certo tra le migliori di Alessandria di allora. La presenza di due preti operai nell’ambito della comunità diocesana fu pressochè ignorata: qualcuno tra i cattolici benpensanti e anche qualche prete, sollevarono qualche battuta sarcastica sulla loro presenza, erano incuriositi della vita che conducevano fuori dagli schemi soliti fatti di ritualità e devozioni, realtà che, allora (ma anche un po’ adesso) caratterizzavano la vita della chiesa alessandrina, piuttosto restia ad aprirsi al nuovo che il Concilio stava producendo.

Ma la presenza di Giovanni Carpenè in Alessandria, discreta, silenziosa, attenta ai problemi della gente comune, soprattutto povera, richiamò l’attenzione di alcuni di noi, non molti in verità, a frequentare l’alloggio di via Volturno, senza clamori e in modo umile, per conoscere, ascoltare e dialogare con il prete operaio, il quale mai si volle mostrare maestro di vita o possessore di verità. La crisi interiore che serpeggiava in alcuni di noi, giovani preti, trovò non poco sollievo in Giovanni (Luisito si era spostato altrove per continuare ad essere prete operaio).

In quegli incontri informali ed amichevoli avvertimmo il disagio che Giovanni Carpenè stava provando perchè, a cominciare dal vescovo di allora Giuseppe Almici che aveva avuto il coraggio di accoglierlo in diocesi, una piccola parte della chiesa alessandrina sperava che, più che un prete operaio, Giovanni facesse il cappellano di fabbrica promuovendo e sostenendo le iniziative di carattere religioso che avvenivano nelle fabbriche (messa a Natale, a Pasqua…).

Ma non era questa la scelta che egli intendeva fare inserendosi nel mondo del lavoro e del sindacato: era un prete che faceva l’operaio e l’esperienza della fabbrica esigeva da lui molta coerenza. Il lavoro era motivo di sostentamento ed era un modo per essere presente in una porzione di umanità che soffriva ingiustizia e faticava a vivere, senza privilegi che potevano derivare dallo stato sacerdotale, uomo fra gli uomini.

La società, la fabbrica, il sindacato, la politica, gli avvenimenti contemporanei, la chiesa per Carpenè non erano concetti, ma realtà che agivano nella sua persona, mettendo da parte tutto, ad eccezione della propria coscienza.

La sua umanità così vissuta divenne impegno di gratuità evangelica, anche se mai dichiarata. E questo lo si è avvertito nell’impegno profuso, in forte sintonia con la sorella Onesta che operava nel lontano oriente, nel promuovere iniziative riguardanti la giustizia sociale, l’accoglienza degli immigrati, la cooperazione internazionale. Fu il principale artefice per far nascere l’ICS Consorzio che impegnò il sindacato e una parte della realtà alessandrina ad uscire dal suo piccolo ghetto e di intervenire ad aiutare popolazioni che allora soffrivano a causa della guerra (Vietnam, Cambogia…), a soccorrere i bambini malati di leucemia, ad aiutare gli immigrati socialmente e culturalmente o coloro che uscivano dal carcere.

Negli ultimi anni della sua permanenza in Alessandria, quando la malattia lo stava devastando gradualmente, si intensificarono i miei incontri con Giovanni nel suo nuovo appartamento: aveva difficoltà a camminare e a muoversi. Furono molte le domande che ci ponevamo, soprattutto riguardanti la vita della chiesa, i problemi in essa non affrontati e quindi mai risolti, il distacco della gerarchia dal popolo... Sembrava quasi voler recuperare il lungo silenzio che si era imposto nella sua esperienza di prete operaio sui problemi religiosi che non gli erano mai sfuggiti.

Leggeva molto, riflettendo sulla Parola di Dio, essendo impedito a causa della malattia di partecipare alla celebrazione della messa. Nei nostri colloqui si parlava di movimento operaio che ormai stava tramontando nell’ambito di una società globalizzata e tecnologicamente cambiata; si parlava dei difficili anni post-conciliari, dell’esperienza del ’68 che come un vento impetuoso aveva sconvolto la società.

Ora Giovanni Carpenè tace, ma in qualche modo continuano a parlare e a darci delle dritte le sue idee, le sue scelte, quanto ha realizzato in mezzo a noi, laicamente e cristianamente. Quello che è stato Giovanni può anche crearci un sentimento di disagio, soprattutto a livello ecclesiale, per non essere stati capaci di entrare nel vivo della vita di un uomo/prete come è stato lui, per essere stati troppo indifferenti di fronte alla sua esperienza che ha avuto un forte significato, insensibili a comprendere che il rinnovamento tanto invocato nella chiesa, è avvenuto anche con la testimonianza sofferta di un prete operaio come Giovanni.

Chiudo questo scritto un po’ maldestro rievocando un gesto compiuto da Carpenè, gesto che mi aveva colpito ma anche confortato, pochi attimi prima che iniziasse la liturgia funebre del suo compagno di avventura Luisito Bianchi, nell’abbazia di Viboldone. Sulla bara di Luisito, Giovanni depose la sua tuta di operaio sostituendo in questo modo le insegne che solitamente si usano quando muore un sacerdote: quel gesto ribadiva la scelta di due preti operai di esporre alla nuda prova della vita la loro fede e la loro umanità.

27/06/2018
Gian Piero Armano - Redazione Appunti Alessandrini - redazione@alessandrianews.it







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