Opinioni

"E tu slegalo subito"

Se qualcuno, non per raccontare, ma per denunciare, porta in scena nel 2017 la "contenzione", è di tutta evidenza che il problema è attuale...

OPINIONI - "E tu slegalo subito" è una campagna nazionale di sensibilizzazione per l'abolizione della contenzione in psichiatria, promossa dal Forum Salute Mentale che opera dal 2003.
L'associazione Il Tiretto di Ovada con l'associazione ALMM di Torino e l'associazione Arcobaleno, in piena adesione culturale a questa campagna, ha organizzato il 12 ottobre scorso presso il teatro Ambra di Alessandria lo spettacolo teatrale "Le voci di Prometeo" che denuncia l’intollerabilità dell’utilizzo di questo procedimento.

Se qualcuno, non per raccontare, ma per denunciare, porta in scena nel 2017 la "contenzione", è di tutta evidenza che il problema è attuale, ma, considerando che ci troviamo in un periodo in cui la cultura del "no-restraint" (sistema che esclude l'uso dei mezzi di coercizione meccanica) inizia a trovare sempre maggiori attenzioni, rappresentarla adesso è stato il momento giusto.
Anche il luogo si prestava; i nostri Servizi Alessandrini e gli operatori tutti, non solo sono al fianco delle associazioni di famigliari e utenti, ma hanno individuato nella contezione il nemico da combattere, mettendo in discussione la "prassi" (nulla è dato per scontato) per verificarne l'adeguatezza e utilità terapeutica e facendo così venir meno la logica manicomiale che non considera la persona malata come soggetto con diritti, ma solo come oggetto e quindi malattia.
Insomma, nel scegliere Alessandria come luogo della rappresentazione, sapevamo di lavorare in casa, sapevamo di seminare su un terreno fertile dove non sarebbe stato difficile trovare consenso.

Tutto questo non ci esimie però dall'appoggiare la campagna del Forum Salute Mentale consapevoli come siamo che non possiamo limitarci a guardare ciò che avviene nel nostro giardino perché il pregiudizio, da cui la contenzione deriva, è un Moloch i cui piedi non sono certamente di argilla.
Del resto la lotta alla contenzione non è "roba" dei nostri tempi e neppure degli anni sessanta con Basaglia e compagnia bella.
È "roba" che viene da molto lontano.
È giusto quindi tenere alta la guardia e cercare di conoscere la causa che rende tanto difficile, in alcune persone o in alcuni luoghi, estirpare questa malaerba.
Nel 1935, Antonin Artaud, poeta e scrittore, che conobbe il manicomio, scriveva ai medici una lettera che così terminava:

"Possiate ricordarvene domani mattina, all'ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di conversare con questi uomini, nei confronti dei quali, riconoscetelo, non avete altra superiorità che la forza."
Artaud aveva centrato il problema.
È evidente che il permanere di un metodo così aberrante e violento, cosi inconsistente e dannoso dal punto di vista terapeutico, così contrario alla dignità della persona, deriva da quella errata considerazione data alla superiorità indicata da Artaud, da cui liberarsi è faticoso per alcuni e mortificante per altri.

Bene ha fatto il Tiretto a organizzare questo spettacolo se ancor oggi, malgrado l'esperienza di Gorizia, di Perugia e Colorno e poi ancora quella di Arezzo e Trieste, che questo tipo di “forza” avevano culturalmente bandito, questa autorità, sorretta da un pregiudizio cui neppure la statistica da ragione, ancora incombe minacciosa sulla qualità dei percorsi riabilitativi diventando la discriminante tra la psichiatria delle buone pratiche e quella della cronicità.
Questo spettacolo ha fatto bene a tutti: agli operatori, spesso presi da un tecnicismo necessariamente esasperato probabilmente conseguenza di una cultura universitaria che tra le prime lezioni impartite agli studenti del primo anno troviamo: “Cosa è la contenzione e perché bisogna farla” (Napoli – Policlinico Nuovo – Clinica Psichiatrica), e da una costante diminuzione di risorse che inducono, più che a rapportarsi con la persona, probabilmente loro malgrado, a discutere con la malattia oggettivandola, cosa che mal si coniuga con l'improbabilità della malattia stessa, ai famigliari, che spesso intimoriti dall’istituzione, stanchi e sfiduciati dal non riscontrare risultati positivi, perdono di vista la possibilità di una guarigione, ai volontari che spesso si contornano di confini approssimativi e autolesivi del loro sapere esperienziale e anche ai cittadini che il comune sentire ha spesso indotto fraintendimenti mastodontici.
È quindi da quest'ultima considerazione che dobbiamo partire.

Ora sappiamo della inutilità della contenzione, ultima eredità culturale del manicomio, sappiamo di quanto sia dannoso il pregiudizio sull'inguaribilità che toglie la speranza sia per la persona sia per la famiglia e sappiamo che le porte aperte e la no-contenzione, non sono esperimenti di tecnici illuminati e mansueti, ma concreta pratica in alcuni DSM (A Mantova dal 1978 le porte sono aperte e dal 1990 non si pratica più la contenzione, a Cagliari Giovanna Del Giudice la portava in tre anni, dal 2006 al 2009, a zero come a Modena Fabrizio Starace che della no-restraint è un paladino, può pubblicare che nel 2016 nel suo DSM, non c'è stato un solo caso di contenzione). Se riusciremo a sgombrare il campo da questa “forza”, ad Alessandria già lo stiamo facendo, se sottrarremo alla prassi gli strumenti lesivi alla persona e che nulla hanno a che vedere con la sofferenza della malattia mentale, diventerà quasi automatico ritrovaci a realizzare cose giuste e non costose, migliorerà l’accoglienza, il rispetto, gli operatori conquisteranno la fiducia di chi sta male e chiede di essere aiutato e la relazione che ne scaturirà, fondamentale per la cura, faciliterà la creazione di un percorso orientato alla guarigione.
È quindi necessario che tecnici, pazienti, famiglie, volontari e cittadini un pezzo di strada lo debbano fare assieme perché nessuno ha più alibi, sappiamo che è possibile, occorre crederci.
Non possiamo attendere che arrivi un Ercole qualsiasi a spezzare le catene di un Prometeo qualsiasi.
10/11/2017
Mario Chirichi - Il Tiretto - redazione@alessandrianews.it







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