Opinioni

Il pasticcio catalano

Non c'è da stupirsi se, di fronte alle difficoltà e alle contraddizioni emerse nelle trattative con lo Stato centrale, l'opinione pubblica catalana ha subito il fascino delle sirene indipendentiste, fino a investire politicamente ed emotivamente su un referendum incostituzionale

OPINIONI - Con l’annunciata volontà di attivare l’articolo 155 della Costituzione spagnola, che consente allo Stato di intervenire sulle autonomie regionali, e la manifestazione popolare di sabato a Barcellona il conflitto fra il governo di Madrid e la Generalitat catalana sembra giunto al redde rationem. Tra i molti profili della questione, ce ne sono tre su cui conviene soffermarsi perché sollevano interrogativi che travalicano i confini della vicenda specifica e possono interessare anche a chi, come lo scrivente, non sente ribollire il sangue per le sorti della Catalogna, né per quelle della corona di Spagna.

Il primo di essi riguarda la dialettica fra la domanda di autonomia catalana e la risposta fornita dalle autorità spagnole. Le convulsioni cui assistiamo in questi giorni sono dovute anche al fatto che, qualche anno fa, il governo Zapatero e i rappresentanti della Catalogna sembravano aver trovato un modus vivendi grazie a un accordo che, tuttavia, fu rapidamente bocciato dalla Corte costituzionale sulla base di un ricorso ispirato dal partito popolare. Il che lascia trasparire la persistenza, almeno in una parte della classe dirigente spagnola, di retaggi centralisti che minano alle fondamenta la ricerca di una soluzione ragionevole alle istanze delle periferie. L’esito di questo processo, peraltro, suscita qualche riserva sulla sostenibilità di un modello istituzionale votato all’autonomia “asimmetrica”, riconosciuta cioè solo ad alcuni territori dello Stato, sulla scia dell’esperienza italiana delle regioni a statuto speciale. Quando invece sarebbe probabilmente auspicabile - non solo per la Spagna - un dibattito generale che affrontasse il problema e contribuisse a risolverlo in una forma complessivamente più coerente.

Non c’è da stupirsi se, di fronte alle difficoltà e alle contraddizioni emerse nelle trattative con lo Stato centrale, l’opinione pubblica catalana ha subito il fascino delle sirene indipendentiste, fino a investire politicamente ed emotivamente su un referendum incostituzionale. E, oltretutto, finalizzato a ottenere un obiettivo, quello dell’indipendenza, che forse placherebbe gli appetiti dell’estremismo ideologico, ma costringerebbe inevitabilmente i catalani a rinunciare a numerosi benefici e opportunità, tra cui la partecipazione all’integrazione europea. Alla luce di tali eventi - ecco la seconda riflessione - non comprendiamo come il governo spagnolo potrebbe ora accogliere un’offerta di dialogo che fa perno sulla rivendicazione di una consultazione svolta al di fuori della legalità. Nella situazione che si è determinata, per effetto di leggerezze, errori di valutazione e azzardi di cui in certa misura sono responsabili entrambi i fronti, le autorità centrali non possono fare altro che tutelare l’ordine costituzionale, disinnescando - nell’interesse dei cittadini spagnoli, ma anche in nome dello Stato di diritto e dei delicati equilibri propri di tutte le democrazie liberali - i tentativi di rovesciarlo. Con la flebile speranza che, una volta ripristinata l’osservanza delle regole e avvenuto un ricambio nelle leadership nazionale e regionale, possa riprendere una discussione più serena sul merito e sul metodo del contenzioso.

In terzo luogo, crediamo opportuno spendere qualche parola a proposito dell’ipotetica mediazione europea fra le autorità spagnole e catalane, ventilata da queste ultime e da alcuni osservatori. Lo facciamo deplorando, per un verso, la diffusa tendenza a pretendere dall’Unione europea azioni che esorbitano dalle sue competenze, notoriamente limitate a causa della riluttanza con cui gli Stati nazionali le cedono quote della propria sovranità. E sottolineando, per converso, che risulta in ogni caso riduttiva - se non infantile - la raffigurazione delle istituzioni europee come enti paternalistici e caritatevoli pronti a sopportare qualsiasi onere i governi decidano di scaricare sulle loro spalle. Il tanto invocato principio di sussidiarietà, al di là della sua applicazione strettamente giuridica, può essere inteso anche come un invito rivolto ai livelli istituzionali nazionali e infranazionali affinché agiscano responsabilmente e con serietà, in uno spirito di collaborazione generale che consenta loro di mobilitare tutti i mezzi e le risorse a disposizione per far valere in concreto l’autonomia che reclamano in astratto. Solo dopo aver onorato tale impegno - e non ci pare questo il caso della querelle ispano-catalana - vale la pena di scomodare l’Europa.
24/10/2017







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