Opinioni

Quanti?

L’appello di qualcuno, accogliamoli tutti i migranti, è pura utopia. “Quanti” è uno dei concetti chiave, forse il principale, che bisogna usare sia per capire questi fenomeni migratori e sia per valutare la praticabilità delle possibili soluzioni

OPINIONI - “Brutali assassini!”. Dopo l’ennesimo naufragio con vittime avvenuto a metà luglio, l’attuale ministro degli Interni, Salvini, e il suo predecessore, Minniti, sono stati imparzialmente definiti in questo modo da Erasmo Palazzotto, deputato siciliano di Liberi e Uguali, che sta navigando sulla Open Arms alla ricerca di migranti da salvare (da La Stampa del 18 luglio).

Insulti di questo genere, ammantati di nobile sdegno ma frutto di reazioni emotive ed irrazionali, sono uno dei modi più sicuri per rafforzare ulteriormente in molti italiani la convinzione che hanno fatto bene a lasciare il Pd e i suoi microscopici frammenti a sinistra per votare Lega nelle ultime due tornate elettorali. Anche se certamente il nuovo governo farà alcuni degli errori promessi (e Di Maio ha già cominciato…) insistere con toni drammatici, quasi isterici, sul problema dei migranti è soltanto controproducente e politicamente suicida.
Soprattutto se dietro lo sdegno non c’è la minima idea di cosa fare di ragionevole e concretamente praticabile per affrontare un problema che, pur se ingigantito dalla propaganda leghista, è comunque innegabilmente reale e di dimensioni planetarie.
L’appello di qualcuno: accogliamoli tutti, è pura utopia.

Non vorrei scadere nell’ovvietà “populista” di chi si chiede quanti extracomunitari l’onorevole Palazzotto stia ospitando a casa sua.  Posso, però, rivolgere a me stesso la domanda: io, cristiano, quanti sono disposto ad accoglierne a spese mie e non dello stato? In effetti il mio impegno si limita a qualche adozione a distanza, all’aiuto di bambini handicappati in Benin, al sostegno di missioni umanitarie a favore dei bambini nei paesi del terzo mondo. In fondo non è gran che. Non posso certo ergermi ad esempio per gli altri, e sicuramente si può fare molto di più di quel che faccio io.  Ma, alla fine, quanti di coloro che in Italia si stracciano le vesti di fronte ai naufraghi, quanti di coloro che hanno indossato le magliette rosse qualche giorno fa, sono veramente disposti ad accogliere un migrante a proprie spese? Certamente ce ne sono, ma quanti?

Ecco il “quanti” è uno dei concetti chiave, forse il principale, che bisogna usare sia per capire questi fenomeni migratori e sia per valutare la praticabilità delle possibili soluzioni.

Se, ad es., l’on. Palazzotto trovasse un giorno nella piscina della sua villa di Palermo un giovane malconcio che annaspa e rischia di annegare, certamente farebbe tutto il possibile per salvarlo e lo porterebbe in casa ad asciugarsi e rifocillarsi. E si commuoverebbe pure scoprendo che il giovane è in fuga dal quartiere Zen dove miseria, degrado e mafia lasciano poche speranze. Se poi, mentre questo sta ristabilendosi dal trauma della paura e della fame, il nostro onorevole uscisse in giardino e trovasse un altro giovane malconcio che annaspa nella piscina sicuramente si darebbe da fare per salvare anche quello. Ma se, mentre lo porta in casa, ne vede un altro che, scavalcata la recinzione, si sta lanciando nella piscina si farà qualche domanda? Ma ammettiamo che nella sua generosità Palazzotto accolga e ospiti anche quello. Quando, però, scoprirà il quinto giovane che dal quartiere Zen viene a naufragare nella sua piscina per essere accolto in casa sua comincerà a dire che non c’è più posto e che non può mantenerli tutti lui e cercherà di farli andare a casa di qualcun altro. Deciderà allora di alzare la recinzione attorno alla casa, ma la moglie, più generosa e sensibile, lo accuserà di essere un brutale assassino perché cerca di lasciare per strada la gente che fugge dall’inferno dello Zen. Allora Palazzotto sbotterà: ma quanti pensi che ne possiamo tenere ancora? Non sai quanti ce ne sono nello Zen?

Ecco, talvolta i buoni principi diventano inapplicabili quando si scontrano con la quantità, la dimensione dei problemi.

A metà anni 60 la popolazione africana era di circa 250 milioni di persone e, nonostante le carestie, le guerre, la malaria, l’aids e l’ebola in mezzo secolo essa è arrivata a più di un miliardo. Oggi essa aumenta di circa 40 milioni all’anno, può continuare così?

A metà agosto 2015 il Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali dell’Onu ha pubblicato il rapporto sull’evoluzione della popolazione mondiale, il World Population Prospects 2015.
In esso si prevede che la popolazione mondiale nel 2050 raggiunga i 9,7 miliardi rispetto ai 7,3 attuali e che un quarto di essa sarà africana. Mentre il tasso di mortalità infantile continuerà a scendere, il tasso di fecondità del continente africano sarà il più alto della terra. La Nigeria, già oggi il paese più popoloso d’Africa, nel 2050 diventerà il terzo del mondo, dietro soltanto alla Cina e all’India. Se le cose vanno avanti così nel 2100 la popolazione di dieci paesi africani sarà aumentata di 5 volte!
Si prevede che già ben prima del 2050 le terre coltivabili non saranno sufficienti a sfamare tutta la popolazione mondiale. Cosa si potrà mai fare per mantenere tutti?

Anche se può sembrare cinico, è purtroppo vero che prima di ridurre la mortalità infantile e migliorare le condizioni sanitarie in Africa avremmo dovuto insegnare la riproduzione responsabile. I tempi e la cultura non sono certo quelli dei cinesi di Mao e i suoi metodi non sono adottabili qui, ma è urgente trovare degli strumenti che permettano di contenere il più velocemente possibile l’esplosione demografica che è l’origine, anche se certamente non l’unica causa, del fenomeno migratorio epocale che stiamo, impotenti, subendo.

Ma, abbacinati dalle quotidiane tragedie in mare, ci perdiamo in prediche moralistiche, nei battibecchi tra politici e nelle liti tra stati e, colpevolmente, non cerchiamo di capire quali sono le vere cause e non ci sforziamo di immaginare quali possano essere dei rimedi praticabili.
1/08/2018
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it







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