Cinema

Sulla mia pelle

Il regista Alessio Cremonini sottolinea senza enfasi ma con rigore, nel racconto delle ultime ore di vita di Stefano Cucchi, il progressivo e colpevole scivolamento in un buco nero di violenza esibita o trattenuta, lassismo, incapacità. Alessandro Borghi dimagrito diciotto chili, è misurato nell’interpretazione ma intenso così come Jasmine Trinca, che ultimamente non sbaglia un colpo a ogni ruolo

CINEMA - Sulla mia pelle è un film scomodo. Non tanto e non solo per le ben note controversie legate alla sua distribuzione in doppio canale - in settanta sale cinematografiche sparse sul territorio italiano e, in parallelo, attraverso la piattaforma Netflix, accusata in particolar modo dai gestori di cinema di condurre a morte certa la fruizione, già agonizzante, di una pellicola in sala - ma specialmente a causa della triste, assurda e paradossale vicenda che evoca, mai conclusa nonostante siano trascorsi quasi dieci anni dal suo accadere.

Tutti noi ricordiamo Stefano Cucchi, nel 2009 - quando morì, il 22 ottobre, in seguito alle percosse presumibilmente ricevute (ma l’infinito iter processuale è ancora in corso) da un gruppo di tre carabinieri - trentunenne romano figlio di un geometra e di un’insegnante con alle spalle esperienze di spaccio di droga e tossicodipendenza, per cui aveva affrontato un percorso riabilitativo in comunità.

Al suo nome, per la maggior parte, l’opinione pubblica è stata condotta, inevitabilmente, ad associare quella terribile immagine, veicolata dai media, di un volto emaciato e spettrale, stravolto dalle percosse e irrigidito nel rigor mortis, che all’epoca della sua diffusione ha suscitato sconcerto, dolore, rabbia, indignazione e che ancora oggi ci parla, con tutta l’immane carica emotiva che si porta dentro.

Quell’immagine così esibita, mostrata, frugata in ogni dettaglio, impietosamente talvolta, è assurta paradossalmente a simbolo di una linea d’ombra, una zona opaca del sistema giudiziario italiano che rimane celata per lo più, sino a quando - come nel caso del povero Cucchi - si manifesta in tutta la sua terribilità, espressione di un’assenza, una colpevolezza o, più semplicemente, un’eterna catena di responsabilità mancate e indifferenza.

E proprio questo ci mostra il film - presentato nella sezione Orizzonti alla 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia - di Alessio Cremonini, giovane regista con pochi altri lavori alle spalle, ma - in compenso - con una già matura abilità nel raccontare attraverso le immagini e una struttura narrativa forte uno tra i più tragici casi giudiziari degli ultimi anni. Cremonini lavora per sottrazione, sia sulla sceneggiatura - in coppia con Lisa Nur Sultan - sia in fase di riprese e montaggio - tanto da riuscire a suscitare l’emozione più estrema, la percezione più spiazzante proprio quando non dice e non mostra: quando, ad esempio, la cinepresa si arresta e il suo occhio si fa cieco, al richiudersi alle spalle di Cucchi di quella porta bianca di una stanza della caserma dei carabinieri in cui viene trattenuto per possesso e presunto spaccio di stupefacenti.

Anche Cucchi aveva le sue zone d’ombra, un passato turbolento, con “precedenti”, come ammise lui stesso di fronte alla giudice del tribunale che sommariamente lo processò, pochi giorni prima della morte, già gonfio e pesto per non si quale misteriosa malattia (o maltrattamento). Emoziona e intristisce ascoltare la vera voce del ragazzo - che era, poi, uno come tanti, di quella Roma periferica fatta di palazzoni, di enormi spazi brulicanti o vuoti, “non luoghi”, secondo la definizione di Marc Augè; uno che cercava di rifarsi una vita andando a lavorare la mattina con il padre in cantiere, uno che aveva amici, timide simpatie per una ragazza appena vista, e come valvola di sfogo il correre, la palestra - alla fine del film, pensando a ciò che lo attendeva appena dietro l’angolo, condensato in cento minuti di proiezione, sette giorni nella realtà.

La giudice nel film è la perfetta incarnazione dell’indifferenza, dell’impersonalità di un sistema giudiziario zoppicante, di uno Stato spesso sordo alle richieste dei cittadini (vedi gli sbarramenti e i veti posti ai genitori e alla sorella di Cucchi, Ilaria, alla possibilità di vedere il figlio nell’ospedale del carcere dove era ricoverato, e addirittura in obitorio, dopo la sua morte): è una voce burocratica, priva di sguardo e direzione.

Cremonini non mimetizza le responsabilità di Cucchi (se si possono definire tali l’ostinato e via via sempre più stanco appellarsi al diritto di chiamare il proprio avvocato, il rifiuto delle cure per veder rispettato questo diritto), i suoi trascorsi; al contempo non giustifica - sarebbe inumano anche solo il pensarlo - e sottolinea senza enfasi ma con rigore, nel racconto delle ultime ore di vita del ragazzo, il progressivo e colpevole scivolamento in un buco nero di violenza esibita o trattenuta, lassismo, incapacità. Chi si preoccupò di ricercare la vera origine delle lesioni di Stefano, chi si prese la responsabilità del suo stato di salute, a dispetto del suo rifiutare le terapie che gli venivano proposte?

Colpa, come spesso si dice e si scrive, della società, del sistema malato, della crisi politica, finanziaria, di valori? Cremonini ribadisce nel film che il cosiddetto “sistema” è fatto di singoli individui: piccoli ma fondamentali tasselli, frammenti di un puzzle più grande che non possono permettersi di trasformarsi in schegge impazzite.

Il giudizio finale, nell’esposizione accurata di ciò che accadde, viene lasciato allo spettatore, anche attraverso la cronaca dei temporanei esiti dell’odissea giudiziaria intenta a far luce sul caso Cucchi: assolti i medici dell’ospedale di contenzione Sandro Pertini di Roma che lo ebbero in cura negli ultimi giorni; ancora sotto inchiesta cinque carabinieri, tre per omicidio preterintenzionale, due per falsa testimonianza; altri 176 detenuti come Stefano, morti in carcere nel 2009, per cause da accertare.

Torna alla mente un grande film di denuncia delle aberrazioni della giustizia e della struttura carceraria italiane, Detenuto in attesa di giudizio, girato da Nanni Loy nel 1971 con un magnifico Alberto Sordi, Orso d’Argento al Festival di Berlino. A distanza di quasi cinquant’anni le medesime storture, gli stessi kafkiani vuoti di senso.

La realtà, la “giustizia” con le sue brutture pare sommergere Stefano fin dall’inizio (del film, della sua tribolata storia) anche a livello visivo, con il suo già esile corpo perennemente costretto entro ascensori, stanzini, abitacoli d’auto dalle dimensioni anguste, compresso tra altri corpi - quelli degli agenti di polizia, delle guardie carcerarie - ritratto come un cristo in croce, al centro dell’inquadratura, raggomitolato su di una nuda panca, in posizione fetale.

La macchina da presa, spesso alle spalle di un Cucchi-Alessandro Borghi dimagrito diciotto chili, misurato nell’interpretazione ma intenso (così come Jasmine Trinca, che ultimamente non sbaglia un colpo a ogni ruolo, Max Tortora e Milvia Marigliano nel ruolo dei genitori di Stefano), segue con pudore e partecipazione insieme l’inesorabile avvicinamento di un ragazzo di trentun anni al suo destino di morte.

Senza una ragione, senza un perché: senza, neppure, la possibilità di capire.

Sulla mia pelle (Italia, 2018, 100')

Regia: Alessio Cremonini
Sceneggiatura: Alessio Cremonini, Lisa Nur Sultan
Fotografia: Matteo Cocco
Montaggio: Chiara Vullo
Musica: Mokadelic

Cast: Alessandro Borghi, Milvia Marigliano, Max Tortora, Jasmine Trinca

Produzione: Cinemaundici, Lucky Red

Distribuzione: Netflix
15/09/2018







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