Intervistando la storia

Un diplomatico novese ad Algeri, Tunisi e Atene: Paolo Francesco Peloso

I rapporti tra le due sponde del Mediterraneo non sono stati mai facili, da secoli: prova ne è la storia di Paolo Francesco Peloso, nato nel 1793 a Novi (allora Repubblica di Genova), divenuto diplomatico del regno di Sardegna, la cui biografia è stata messa in luce da Gian Luigi Bruzzone

INTERVISTANDO LA STORIA – I rapporti tra le due sponde del Mediterraneo non sono stati mai facili, da secoli: prova ne è la storia di Paolo Francesco Peloso, nato nel 1793 a Novi (allora Repubblica di Genova), divenuto diplomatico del regno di Sardegna, la cui biografia è stata messa in luce, a partire da documenti d’archivio, da Gian Luigi Bruzzone in un suo studio del 2002.

Da Novi ad Algeri: un bel salto, non c’è che dire.
E’ vero. Dopo gli inizi in Catalogna, alle dipendenze di Antonio Federico Bressiano console a Barcellona (che sarebbe diventato mio suocero), la mia carriera proseguì prima ai Dardanelli e poi ad Algeri. Quando quest’ultima città fu occupata dai Francesi nel 1830, rimasi lì come rappresentante del Regno di Sardegna accumulando via via deleghe anche da altri Stati: quello Pontificio dal 1837, il Ducato di Lucca dal 1841 e il Granducato di Toscana sempre dal 1841 fino al 1843. Fu ad Algeri che mi raggiunse mia moglie, Giuseppina Bressiano, dopo il matrimonio celebrato per procura a Barcellona.

E poi, a Tunisi.

I rapporti tra Torino e il Bey di Tunisi, dipendente (ma solo formalmente) dal Sultanato Turco, si svilupparono dalla Restaurazione del Regno dopo al caduta di Napoleone fino alla firma, nel 1832, di un trattato di amicizia e commercio. Lo sviluppo della diplomazia sabauda in quegli anni, allora come quasi sempre nella storia, fu dovuto alla disponibilità di una marina da guerra della quale il Regno di Sardegna poté dotarsi grazie all’annessione della Repubblica di Genova negli anni 1814 – 1815 a seguito del Congresso di Vienna: Genova, però, oltre alle competenze in campo cantieristico e di navigazione, fornì al Regno un corpo diplomatico capace e di lunga tradizione.

Quali grane dovette affrontare, e risolvere, tra Algeri e Tunisi?
Ad Algeri intervenni a favore dell’equipaggio della nave da carico austriaca Falmar (naufragato sulle coste della Cabilia) fatto prigioniero delle tribù locali che salvai, a rischio della mia stessa vita, dai maltrattamenti e dal rischio di una strage: senza il mio intervento, infatti, a loro sarebbe stata concessa la sola alternativa tra morire e convertirsi. Ottenni così la stima degli Asburgo, che mi fecero cavaliere dell’Ordine della Corona di Ferro. Arrivato a Tunisi, mi toccò affrontare il contenzioso commerciale per le esportazioni di grano e olio (fondamentali per gli approvvigionamento del Regno di Sardegna) nato anche a causa degli intrallazzi della Francia. Infine, sempre a Tunisi, il contenzioso a danno del commerciante triestino Antonio Baucevich, che vantava crediti presso funzionari della cerchia del Bey di Tunisi, che li proteggeva a danno del Baucevich; me ne occupai io, perché Vienna, memore di quanto avevo fatto ad Algeri, mi aveva nominato Agente Consolare Austriaco. Qui conobbi l’ammiraglio Francesco Bandiera, padre di Attilio ed Emilio: a differenza dei suoi due figli, fu leale fino alla sua morte, nel 1847, all’Impero Austriaco.

A fine carriera, la negoziazione e la firma del trattato di navigazione e di commercio tra il Regno di Sardegna e quello di Grecia nel 1851.
Sì: il fatto che fossi io a firmarlo, e non un plenipotenziario mandato ad hoc da Torino come avveniva di solito, fu un grande riconoscimento, degno coronamento della mia carriera diplomatica. I Greci ne furono lieti, sapendo ciò che pensavo dell’Impero Ottomano: per questo, quando il regno di Sardegna intervenne a fianco dei Turchi nella Guerra di Crimea, fui ben lieto di essermene già tornato in patria.
 
9/11/2017







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