Intervistando la storia

Giseprando, vescovo di Tortona e uomo di Stato nel “secolo di ferro” del Medioevo

In occasione della visita pastorale del vescovo di Tortona, monsignor Viola, a Novi, proponiamo una "intervista" con un suo illustre predecessore: Giseprando, uno dei personaggi del regno Italico

INTERVISTANDO LA STORIA -  Dato che, tra pochi giorni l’attuale vescovo di Tortona, monsignor Vittorio Viola, inizierà la sua visita pastorale a Novi Ligure, vogliamo rendergli omaggio intervistando un suo illustre predecessore: Giseprando (o Gezo-Gezone, secondo la pronuncia tedesca), uno dei personaggi – chiave del Regno Italico a metà del X secolo, epoca nella quale Stato e Chiesa, e i loro rapporti, erano ben diversi da quelli di oggi.

Come mai la vostra epoca è stata definita “il secolo di ferro” del Medioevo?
Perché si sono concentrati, nel volgere di pochi decenni, quattro pesantissimi fattori di crisi: il collasso definitivo dell’Impero Carolingio e le invasioni dei Normanni da nord, degli Ungheri da est e dei Saraceni da sud. Sembrava di essere tornati indietro di cinque secoli, quando San Gerolamo scrisse: “Neppure se avessi cento lingue e cento bocche e una voce gagliardissima sarei in grado di elencare tutti i nomi delle nostre disgrazie!”.

Come siete arrivato nel cuore del Regno d’Italia?
La mia gavetta fu rapida: cappellano a corte nel giugno 937, nel dicembre dello stesso anno partecipai, come notaio, alla stipula dell’atto di dote per le regine Berta e Adelaide. La tappa successiva della mia carriera fu la nomina a cancelliere (equivalente al vostro primo ministro) per i re d’Italia Ugo e Lotario, ruolo che esercitai dal marzo 938 all’agosto 945. Nel 943 divenni Vescovo di Tortona, sede vicina a Pavia, capitale del Regno Italico: da lì potevo continuare a partecipare alla vita di Palazzo.

Siete riuscito a conciliare gli impegni politici con i vostri doveri di Vescovo?
Ho cercato il più possibile di sostenere la vita religiosa della mia diocesi: nel 945 costituii un corpo di canonici per la Cattedrale dotandolo di beni in Urba (oggi Casalcermelli), Bosco e Frugarolo, tre località situate proprio nel territorio della Silva Urba, già riserva di caccia dei re Longobardi. Nello stesso anno fondai l’abbazia di S.Marziano, primo vescovo e martire a Tortona; l’anno seguente ripristinai il culto nell’antica abbazia di Vendersi, donata da Ugo re d’Italia al Vescovo Andrea Rada, mio predecessore a Tortona, dopo che era stata distrutta da “uomini perversi” che non riuscimmo ad identificare.

Con la caduta di Ugo e Lotario riuscì a mantenere il potere?
Sì, e addirittura diventai anche abate del Monastero di san Colombano di Bobbio, una delle più antiche e ricche abbazie d’Italia: ciò però mi mise in difficoltà con Ottone I di Sassonia, ma riuscii a cavarmela anche con lui.

E come?
Quando Ottone I convocò un concilio per giudicare e deporre papa Giovanni XII, lì per lì ebbe difficoltà a portare dalla propria parte i vescovi italiani: solamente l’opera di convincimento di Adelaide, già regina d’Italia e ora sua moglie, convinse me e altri vescovi a partecipare, ovviamente in cambio della conferma dei diritti che avevamo acquisito da tutti i re d’Italia.

Quindi avete deposto il papa per seguire il vostro particolare interesse?
Giovanni XII, un papa? Ma se passava più tempo a mangiare, bere e a dedicarsi a ogni genere di vizi, che non a dire Messa! Si dice addirittura che sia morto cadendo da una finestra per sfuggire all’ira di un marito tradito! Quella che voi giudicate ingerenza da parte di Ottone I, era per noi un sacrosanto intervento per riportare la Santa Sede al giusto decoro.
(nella foto, in duomo di Tortona)
10/01/2018







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