Materia Grigia

A colloquio con mister D'Agostino: "Finora inferiori a nessuno"

La pesante eredità di mister Marcolini è stata raccolta da Gaetano D’Agostino, classe 1982, giocatore di grande talento e dalla brillante carriera ed ora tecnico preparato ed ambizioso. L’abbiamo incontrato nella sede di via Bellini per parlare di questi primi mesi sulla panchina dei Grigi

MATERIA GRIGIA - Non era facile prendere la guida della nuova Alessandria, dopo la svolta annunciata dal presidente Luca Di Masi al termine dello scorso campionato. Non più ingenti investimenti, ma un progetto a lungo termine impostato sui giovani, sulla valorizzazione dei nuovi talenti, sulla rinuncia a immediate ambizioni di vertice per un cammino comunque solido ma inevitabilmente più faticoso. La pesante eredità di mister Marcolini (a cui le sfortunate vicende dell’Avellino hanno negato un meritato campionato in serie B) è stata raccolta da Gaetano D’Agostino, classe 1982, giocatore di grande talento e dalla brillante carriera (coronata anche da 5 presenze in Nazionale), ed ora tecnico giovane, preparato, ambizioso. L’abbiamo incontrato nella sede di via Bellini per parlare di questi primi mesi sulla panchina dei Grigi.


Mister, a nove giornate dal via che bilancio possiamo tracciare? Quali le cose che fin qui le stanno dando più fiducia e su cosa invece crede ci sia ancora da lavorare?
Siamo una squadra giovane e nuova. Fin qui si è spesso parlato di un ridimensionamento delle ambizioni della Società, ma io preferisco parlare di cambiamento. Il termine “ridimensionamento” è troppo negativo a mio modo di vedere; è una parola che anche ai tifosi mette inevitabilmente un po’ di paura. Sicuramente all’inizio non è stato semplice. In estate tanti giocatori sono partiti e tanti sono arrivati; formare un’identità nuova era complicato. Io e il mio staff siamo però stati agevolati dalla solidità societaria e dalle strutture eccellenti che ci sono state messe a disposizione, due note decisamente positive che ci hanno aiutato ad accelerare i tempi, soprattutto all’inizio, quando c’era un gran bisogno di sicurezze in una fase di grandi cambiamenti. Se devo tracciare un bilancio direi che, ad oggi, può essere decisamente positivo. Siamo quinti in classifica, secondo me un piazzamento anche inaspettato; in fondo abbiamo perso solo una partita. I tre/quarti di un bicchiere già pieno devono essere colmati cercando di essere più spietati negli ultimi 20 metri senza vanificare ciò che abbiamo costruito nella nostra metà campo e cercando di ottimizzare tutta la mole di gioco che creiamo.

Secondo lei in organico ci sono le risorse già disponibili per migliorare in questo senso o crede sia il caso di intervenire sul mercato per trovare qualche valida alternativa?
Credo che in questo particolare momento della stagione prendere giocatori svincolati non serva a nulla perché per mettere in forma un giocatore servono almeno due mesi. Tanto vale quindi aspettare il mercato di gennaio, per definizione un mercato di riparazione. Bisogna essere molto attenti ed oculati acquistando giocatori pronti fisicamente per non abbassare la qualità della squadra. Io sono dell’idea che sia più utile prendere pochi giocatori che però ci facciano fare il salto di qualità. Se cambiamento deve essere, che sia per migliorare e non per stravolgere. Tutto questo, però, potremo ponderarlo solo a gennaio, prima di tutto per capire se davvero sarà necessario intervenire sul mercato. Mancano ancora otto partite alla fine del girone di andata; dobbiamo dare il massimo per fare più punti possibili per iniziare capire dove potremo essere a maggio.

Proprio a tal proposito, dove può arrivare questa squadra?
Lo capiremo solo strada facendo. La nostra è comunque una squadra equilibrata, che subisce poco e che ha perso solo una partita soprattutto per errori individuali. Il Pro Piacenza non ci ha schiacciato. Siamo una squadra con tanti giovani che stanno migliorando perché stiamo avendo il coraggio di farli giocare. Solo con l’esperienza ed eventualmente anche con gli errori un giocatore di 21-22 anni si responsabilizza accelerando così il processo di crescita e di maturità. Serve costanza e tranquillità, anche se comprendo le esigenze di una piazza ambiziosa come Alessandria. E a fianco dei giovani, abbiamo giocatori di classe e di esperienza consolidata che possono dare un contributo decisivo.

L’obiettivo che le ha posto la società ad inizio stagione è stato proprio quello di valorizzare i giovani per costruire un progetto sul lungo periodo…
Sì, parliamo comunque di un progetto a medio-lungo termine. Una-due stagioni, non di più, perché comunque siamo sempre l’Alessandria, e partire con progetti a lungo termine di tre-quattro anni è quasi impossibile. La piazza, giustamente, è esigente e la storia ci dice che in questi ultimi campionati si è sempre provato a vincere. Ci vuole il giusto equilibrio. Non possiamo unicamente valorizzare i giovani senza dare troppa importanza alla classifica; qui non è possibile ed è giusto che sia così. La classifica ci sta dicendo che ad Alessandria c’è organizzazione e serietà. L’anno scorso in questo periodo pur avendo investito di più la squadra stava vivendo un momento critico. Sono convinto che con la tranquillità e la serenità che ci sta dando la società potremo toglierci qualche soddisfazione. Probabilmente, però, manca ancora uno ‘step’ per infastidire tutte le avversarie e per portare a casa qualche punto pesante.

Effettivamente finora non si può dire che l’Alessandria sia stata nettamente inferiore alle squadre più quotate...
In effetti ad oggi non ho visto una squadra che ci abbia messo sotto. Prendiamo Olbia come esempio: al ‘Nespoli’ abbiamo fatto una grandissima partita dove meritavamo sicuramente di vincere, però ho sentito più che altro critiche alla prestazione dell’Olbia piuttosto che elogi a quella dei miei ragazzi. Poi l’Olbia va a Carrara e vince 4-3. Stessa cosa con il Gozzano, partita recuperata e nella quale siamo anche rimasti in dieci ma che abbiamo provato a vincere fino all’ultimo. Il Gozzano riesce poi a battere il Siena. E’ un campionato molto equilibrato dove nessuno ti fa sconti. Solo poche squadre, su tutte il Piacenza e l’Entella, stanno dimostrando di avere qualcosa in più delle altre.

Nelle prossime cinque partite l’Alessandria affronterà Carrarese, Virtus Entella, Cuneo, Piacenza ed Arezzo tutte squadre attrezzate per restare ai vertici della classifica. Secondo lei questo filotto di impegni potrà dare maggiori indicazioni sulla vera identità della squadra e sulle sue reali ambizioni?
Credo proprio di sì. Sono partite che ti fanno capire se puoi davvero giocartelacon tutti. La trasferta diPisa è stata molto indicativa in tal senso. Una tappa davvero molto importante; loro non ci hanno particolarmente impensieriti a parte un colpo di testa negli ultimi minuti con una grande parata di Cucchietti. Noi siamo andati lì a fare la nostra partita. Andremo ad affrontare sfide molto difficili ma allo stesso tempo belle e stimolanti.Saranno cinque impegni che effettivamente potranno dire molto sulle nostre possibilità in ottica classifica. Ad ogni modo sarà comunque molto importante la prestazione, al di là ovviamente del risultato, perché quando sai di aver dato tutto, l’autostima rimane ad alti livelli, a prescindere dal risultato.

Cosa possiamo dire, invece, di questo campionato probabilmente un po’ falsato da ricorsi più o meno improbabili, rinvii e partite da recuperare?
E’ un campionato forse più problematico per quelle squadre maggiormente attrezzate per vincere. Giocare ogni tre giorni per recuperare le partite rinviate non credo possa essere positivo, ad esempio per una squadra come l’Entella. Tre mesi di attesa non sono pochi. Non sarà facile. Tra l’altro parliamo di squadre che dovranno vincere per forza per dare credito agli obiettivi prefissati.

A proposito di innovazione nella categoria, cosa pensa del progetto ‘seconde squadre’?
Credo che almeno inizialmente sia stato tutto un po’ troppo improvvisato. Per quanto mi riguarda sono favorevole, però occorrono più serietà ed organizzazione. E’ normale che se in un girone di Serie C sono presenti le seconde squadre di Milan, Roma e Juve il campionato stesso inevitabilmente si alzi di livello. Ci vuole la giusta programmazione, e nei vari gironi dovrebbero essere presenti anche quelle società meno blasonate rispetto alle solite tre-quattro, comprese certe squadre di Serie B.

Come lei stesso ha più volte ribadito, tutti in questa squadra, anche i più giovani, hanno un’opportunità per mettersi in mostra. Un aspetto molto importante in un gruppo così giovane…
Certamente! Io non guardo il curriculum prima di fare la formazione. Un giocatore di grande esperienza come Gazzi ha iniziato dalla panchina le prime quattro partite ed ora è diventato titolare quasi inamovibile perché al centro ci sta dando l’equilibrio di cui abbiamo bisogno.Gli stessi Bellazzini ed Agostinone sono partiti più volte dalla panchina. I ragazzi devono sentire una giusta e sana concorrenza senza mai pensare di essere “arrivati”. La Serie C è una categoria in cui solo chi ha ambizioni e voglia di crescere può emergere. Io penso che se non si hanno certe caratteristiche, forse è meglio fare la Serie D anziché la Lega Pro. Sentirsi arrivati in questa categoria vuol dire commettere l’errore più grave. Un giocatore deve avere sempre quella voglia di salire il gradino successivo. Da giocatore questo l’ho capito in prima persona facendo tesoro dei miei sbagli. Con i ragazzi parlo soltanto delle ‘cavolate’ combinate da giocatore, mai dei momenti esaltanti. Ero uno di quei calciatori che nel momento in cui si esaltano troppo iniziano a commettere gli errori più grossolani. Quando invece avevo voglia di dimostrare tutto il mio valore perché in concorrenza con altri compagni di squadra, era proprio quello il momento in cui riuscivo a dare il meglio, tant’è che alla fine sono arrivato in Nazionale. Prima di raggiungere questi livelli, però, ho dovuto cadere e rialzarmi parecchie volte. 

Durante la sua carriera da giocatore è stato allenato da tanti tecnici importanti. C’è qualche figura in particolare alla quale si ispira?

Beh, io cito sempre Fabio Capello. Con lui non ti potevi permettere atteggiamenti inadeguati nemmeno ancora prima di arrivare al campo. La sua frase tipica era: “Il calciatore deve essere tale 24 ore su 24”. Anche la vita privata deve dipendere dal lavoro che fai. Capello cercava sempre di farci capire che se prepari gli allenamenti e partite in un determinato modo hai più possibilità di fare bene e di avere una buona carriera ad alti livelli. Dal punto di vista tattico mister Capello era un grandissimo nella lettura delle partite, non gli ho mai visto fare troppo tatticismo durante gli allenamenti. Ho comunque avuto tanti tipi di allenatori, dai più difensivisti ai più spregiudicati dal punto di vista offensivo, vedi Zeman piuttosto che Pasquale Marino. Ho cercato di prendere spunto un po’ da tutti, ma da nessuno in particolare. Credo comunque che sia sbagliato tentare di emulare il gioco o le caratteristiche di altri, perché poi il giocatore se ne accorge e c’è il rischio di diventare meno credibili. Io sono una persona schietta e naturale, che se può cerca di essere anche una sorta di amico. Capisco quando magari un attaccante è in crisi, quindi cerco di stargli vicino facendolo sfogare, altrimenti c’è il rischio che questo si chiuda non riuscendo più ad uscirne. I giocatori ti apprezzano di più quando capiscono che ti stai rapportando con loro in maniera naturale, senza maschere o preconcetti.

Lei si è seduto in panchina subito dopo aver chiuso la carriera da giocatore. Quanto è stato difficile passare dall’altra parte?
Sono sincero, per me non è stato difficile perché ho smesso di essere calciatore quando ho capito che non avevo più voglia di allenarmi (sorride, ndr). Questo mi ha poi consentito di avere maggiori stimoli valutando seriamente la possibilità di diventare allenatore. Già negli ultimi due anni da calciatore ero quello che nello spogliatoio dispensava consigli ai compagni più giovani ed inesperti, tanto da iniziare a pensare che forse questo atteggiamento potesse essere poco gradito al mister. In quel periodo ho capito che mi emozionava di più dare consigli ai miei compagni piuttosto che allenarmi e giocare le partite. Pensavo alla mia futura carriera già nelle vesti di tecnico. Sin da subito, però, ho deciso che partire dai settori giovanili con la speranza di salire in fretta di grado, magari dopo l’esonero di chi stava sopra di me, non era ciò che mi interessava. Ho voluto fare la gavetta per comprendere meglio certe situazioni partendo dal calcio dilettantistico, dove c’è gente che guadagna mille euro al mese dovendo mantenere una famiglia. Volevo vivere ciò che non avevo vissuto da calciatore. Facendo il salto di qualità troppo in fretta rischi di bruciarti e di diventare una meteora, e io meteora non voglio esserlo. Anche dovessi arrivare un giorno in Serie A, voglio farlo guadagnandomi ogni anno qualcosa.

Come si trova ad Alessandria? Come procede l’ambientamento?
Devo dire benissimo. Sin dall’inizio passeggiando per Corso Roma ho assorbito sensazioni che mi hanno fatto capire che il tifoso alessandrino è un tifoso atipico rispetto ad altre piazze del nord. I tifosi grigi sembrano quasi tifosi del sud per il calore e la passione che esprimono. Questo mi ha datol’adrenalina giusta per voler far bene sin da subito. La cosa che più mi chiedevano i tifosi era trasmettere ai nuovi giocatori quell’attaccamento alla maglia e quella vicinanza alla curva che forse negli ultimi anni sono un po’ mancati. Per me il tifoso è fondamentale, perché le società possono essere vendute, gli allenatori e i giocatori passano ma il tifoso rimane per sempre. Ci vuole quindi il massimo rispetto nei loro confronti. Certo, anche da parte della tifoseria ci vuole sempre l’atteggiamento giusto, ma per quanto riguarda i nostri tifosi al momento non possiamo fare altro che ringraziarli. Ora spetta a noi con le prestazioni in campo e i risultati riaccendere quella fiamma che forse si è un po’ sopita.
10/11/2018
Giorgio Barberis - Alessandro Francini - sport@alessandrianews.it







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