Intervista

Sei mesi con Emergency a Kabul. L'esperienza di un'infermiera alessandrina

In un paese di 10.000 abitanti dove si contano 2 medici, 5 tra infermieri e ostetriche la presenza di Emergency sul territorio è fondamentale perché nessun servizio è a pagamento. “Ho fatto il mio lavoro con soddisfazione e in un contesto dove è fondamentale e necessario perché gli ospedali non ci sono ma le vittime della guerra, purtroppo, non mancano mai”

INTERVISTA - Alice è un'infermiera che lavora all'ospedale di Alessandria e recentemente è stata sei mesi nell'Ospedale di Emergency a Kabul in Afghanistan.

Come hai conosciuto Emergency e come hai deciso di fare un’esperienza di volontariato?
Emergency è una Ong italiana fondata nel 1994 da Gino Strada e sua moglie Teresa Sarti. All’epoca avevo 11 anni. Posso dire di essere cresciuta con i valori di cui Emergency si fa portavoce (pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani) anche e soprattutto grazie alla mia famiglia, da sempre, con orgoglio, sostenitrice dell’associazione. I principi di Emergency si sono negli anni diffusi grazie agli interventi cui contribuiscono in maniera fondamentale i volontari dell’associazione, sia in Italia sia all’estero. Importanti campagne di sensibilizzazione e la trasparenza nella gestione dei fondi da sempre la contraddistinguono nel panorama delle Ong.  Pertanto, per quel che mi riguarda, lavorare per Emergency rappresenta, dal punto di vista professionale uno dei migliori momenti che abbia raggiunto finora (umanamente parlando è stato diverso perché alcune situazioni mi hanno, per così dire, destabilizzata molto: rimane lo scontro con una cultura straniera che non mi appartiene e non capisco del tutto). Vivere e lavorare a Kabul cambia la scala dei tuoi valori e le tue prospettive. È stata per me una fortuna e una possibilità preziosa. Ti senti parte integrante di obiettivi dichiarati da una Ong come Emergency quali offrire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alto livello alle vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà e questo, permettetemi di dirlo, non è davvero cosa di poco conto.


Che attività hai svolto praticamente nell’ospedale di Emergency?
Ho ricoperto un ruolo più che altro di supervisione e di formazione del personale locale. Lo staff nazionale è molto bravo e preparato ma, come spesso capita, le conoscenze di base non sono uniformi. L’ospedale di per sé è autonomo pertanto lo staff internazionale si occupa prevalentemente di attività d’integrazione e cooperazione anche, e non solo, a livello territoriale. Oltre al colloquio d’idoneità, ci sono dei requisiti da rispettare, tra cui l’esperienza lavorativa di almeno 5 anni in alcuni precisi ambiti ospedalieri. Poi, in base all’esperienza e alle necessità vieni indirizzato ai progetti (che Emergency ha in oltre 14 Paesi nel mondo e che hanno permesso di curare dal ’94 ad oggi oltre 8 milioni di persone). Qualche anno prima della partenza con Emergency sono stata in Benin con un’altra Ong e lì ho capito di fare un lavoro che può fare la differenza in alcuni posti. In Afghanistan la sanità non è scontata e non è gratuita quindi, per così dire, la differenza che fa la differenza non è solo la passione che ci metti in quello che fai. Concretamente: ho svolto il mio lavoro, l’ho fatto con soddisfazione e in un contesto dove è fondamentale e necessario perché gli ospedali non ci sono ma le vittime della guerra, purtroppo, non mancano mai.

In Afghanistan la sanità pubblica praticamente non esiste, quanto è importante la presenza di Emergency?
Per parlare di salute e servizi sanitari in Afghanistan non si possono tralasciare alcuni fattori: il Paese non conosce pace interna da oltre un trentennio. Si stimano milioni di sfollati all’interno del Paese e altrettanti milioni tra i confinanti Pakistan e Iran. La popolazione è composta da 3 differenti etnie dominanti (Pashtun, Tagiki e Hazara) e questa divisione interna è sicuramente un ostacolo allo sviluppo. Il livello di alfabetizzazione è uno dei più bassi del pianeta, la parità di genere scarsa e la povertà assoluta interessa oltre il 50% della popolazione. La speranza di vita alla nascita è di 44 anni. Nel 2008 il Who (World Health Organization) dichiara che ogni 10.000 abitanti si contano 2 medici, 5 tra infermieri ed ostetriche e 4 letti/ospedale e negli anni la situazione non è migliorata molto. Il sistema sanitario dell’Afghanistan è in condizioni disastrose. Personale e infrastrutture sono pressoché assenti. Attualmente, circa il 90% dei servizi sanitari vengono erogati da Ong. Detto questo, le statistiche, si sa, possono essere diverse se raccolte da fonti diverse; possono impressionare, certo, ma l’esperienza sul campo, lavorando in ospedale, con madri e bambini devastati dalla guerra e dalle sue conseguenze non impressiona e basta: gela. Si avverte la gravità della situazione, quasi di disperazione. Pertanto, se la domanda è quanto è importante la presenza di Emergency sul territorio devo dire che è fondamentale. È fondamentale perché nessun servizio è a pagamento (inclusa la consegna gratuita dei farmaci previsti dal piano terapeutico alla dimissione). Inoltre, le attività di triage, gli interventi chirurgici altamente complessi, l’educazione sanitaria, le visite mediche, la fisioterapia, l’assistenza al parto, gli esami di laboratorio e radiografici, il follow–up e la gestione dei dati statistici sono accuratamente svolte con professionalità e competenza.


C’è qualche storia che ti ha particolarmente toccato?
Leila cura le ferite del marito quando entro per la prima volta in BWard, il reparto che mi è stato assegnato. Lo fa con mani esperte, il suo viso racconta fatica, sacrificio e stanchezza. Dolci i suoi occhi che mi guardano e capiscono. Io, però, mi sento in difetto. Suo marito è un giudice. È stato colpito da un proiettile vagante durante un attentato. Ora è paralizzato. Leila lavora come infermiera in CWard (il reparto pediatrico). È brava Leila, forse la più preparata di tutto lo staff. Io, però, non posso offrirle speranza. Con il passare del tempo ci conosciamo, ci affezioniamo. Ed alla fine sarà lei ad offrire speranza. La offre a me, la offre a sé stessa, ai suoi colleghi. La offre e basta, non importa a chi. Ci stiamo salutando, io devo partire e lei deve restare. Non mi sussurra niente all’orecchio ma mi guarda dritta in faccia, fiera, e mi racconta il suo sogno: siamo io e lei, in Afghanistan, colleghe e amiche. Siamo donne nel suo Paese e stiamo vivendo un futuro non troppo lontano ma soprattutto possibile ed è così che mi invita ad uscire per un picnic nella valle del Panjshir. Il tempo scorre e in CWard, purtroppo, il lavoro non manca mai. Leila distoglie lo sguardo ed è come se finisse l’istante di libertà che ci ha regalato. Ed io non posso non ringraziarla.

Cosa consigli a qualche tuo collega che ha intenzione di fare un’esperienza simile?
In genere non ho un buon rapporto con i consigli. Quelli che mi sono stati dati non li ho quasi mai seguiti ma se dovessi proprio consigliare un collega lo farei su cosa mettere in valigia.

2/01/2018







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